Al volante del Premio Strega, nei suoi primi quarant’anni, c’è una donna. Maria Bellonci non si è limitata a guidarlo: lo ha anche progettato, costruito, collaudato. Ha voluto che fosse solido, sobriamente accessoriato, affidabile e capiente.

Un mezzo capace di andare lontano e di andarci in tanti: più che un’automobile, un van o – come ho letto spesso in questi giorni caratterizzati da una estesa volontà di ridurre, abbassare, rimpicciolire, e a cui da amante dell’understatement mi unisco volentieri – un pulmino. Un pulmino prodigioso, capace di trasportare le scrittrici e gli scrittori nel tempo, consegnandone molti e stabilmente al canone delle letture di domani, ma anche nello spazio, in mezzo alla gente, tra i lettori.

Sul van discorsi a vanvera, ma i libri sono ciò che resta

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Concedetemi di indugiare ancora nell’area di sosta dell’attualità. È strano come nell’anno in cui le cronache nazionali scoprono il tour dei finalisti, con inviati spediti in tutta fretta a raggiungere le remote cittadine di Francavilla al Mare e San Benedetto del Tronto, si continui a guardare il pulmino-dito e non la luna-piazza, parco, teatro gremiti di persone giunte per sentirsi raccontare i libri in gara dalla viva voce delle autrici e degli autori, e per poterli incontrare brevemente al termine di lunghissime code al firma copie.