Dopo i primi caldi e le prime piogge, ecco puntuale il Premio Strega, con la cinquina annunciata nel Teatro Romano di Benevento, in diretta streaming su RaiPlay. Stessa magica cornice, stesso presentatore Stefano Coletta, si presume la stessa attrezzatura e gli stessi tecnici. Davvero non si capisce perché ogni anno comincino in ritardo. E perché – particolarità di quest’anno, c’è in gara Elena Rui con “Vedove di Camus”, edizioni L’Orma – nessuno, ma proprio nessuno, riesce a pronunciare decentemente “Camus”.La cinquina dei finalisti si apre alla grande. Come raramente accade, ci fa felici. Con 280 voti – tra Amici della domenica, votanti selezionati in 35 Istituti italiani di cultura, studiosi, lettori forti, circoli, biblioteche e gruppi di lettura, docenti e studenti delle università tedesche gemellate – arriva in testa alla cinquina il più bel romanzo in gara. Rullo di tamburi, mentre noi groupie sventoliamo le bandierine.Trattasi di Michele Mari, con “I convitati di pietra” (Einaudi). Uno dei più bravi scrittori italiani, capace di misurarsi con Charles Dickens, oppure con la storia della propria famiglia. Facendo letteratura, non autofiction. “I convitati di pietra” è magnifico nella sua semplicità – dobbiamo aggiungere apparente? no, non siamo letterati italiani. Semplicità – e perfidia – nella trama: una classe di liceo decide di riunirsi ogni anno, per la cena tradizionale. E ogni anno versare una quota, che sarà messa da parte e andrà all’ultimo di loro rimasto in vita. Il fortunato vincitore, oppure il più longevo, oppure colui che è riuscito – perché no? – a patteggiare con i rivali. Implacabile, Michele Mari li scruta, senza mollarli mai. Se volete qualcosa da leggere per l’estate, non c’è di meglio.Manca purtroppo tra i finalisti un altro scrittore, tra i nostri prediletti entrati nei magnifici dodici. Sarebbero due, per la verità. In “Storia di un’amicizia” (Quodlibet), Ermanno Cavazzoni racconta la sua amicizia con Gianni Celati. Racconta le loro conversazioni in trattoria, e il loro ammutolire quando entra una bella ragazza.Racconta le loro camminate, le riviste inventate insieme, e poi interrotte. Racconta i loro scrittori preferiti – in cima a tutti, Ludovico Ariosto. Racconta anche il malinconico declinare di Gianni Celati, dopo l’immensa fatica di aver tradotto “Ulisse” di James Joyce – forse non c’entra, ma l’impresa non era di quelle riposanti. Ermanno Cavazzoni meritava la cinquina, anche per dimostrare che gli scrittori sanno conversare all’osteria. Alcide Pierantozzi, con “Lo sbilico”, è il secondo titolo Einaudi nella sestina dei finalisti – come da regolamento: nei primi cinque c’erano solo grandi editori, e allora i cinque diventano sei. Questo è un altro libro che davvero meritava, forse non da portarsi in spiaggia, ma avvincente nel raccontare la mente che deraglia e se ne va per conto suo, a dispetto di medici e medicine. Completano il numero legale, Bianca Pitzorno con “La sonnambula”, Teresa Ciabatti con “Donnaregina”, Matteo Nucci con “Platone. Una storia d’amore”.
Michele Mari in testa ai finalisti dello Strega ci fa felici
Conferme, esclusioni eccellenti e qualche ironia sul rito sempre uguale di Benevento: il Premio consegna una cinquina che sorprende per qualità. Ci dispiace di non vedere Ermanno Cavazzoni con il suo “Storia di un’amicizia”











