di Mario Garofalo

Il mestiere del legale è fra quelli che può essere più trasformato dall’avvento dell’intelligenza artificiale. E gli strafalcioni sono sempre dietro l’angolo

Tom Cruise che spulcia tra i fascicoli dello studio del Socio alla ricerca di una spiegazione degli strani comportamenti dei colleghi avvocati è un’immagine difficile da dimenticare per chi ama i legal thriller. Ebbene, sta per finire nel passato remoto, insieme a quella degli avvocati penalisti che si aggirano nei corridoi dei tribunali seguiti da stuoli di allievi assetati di aneddoti. «Quando ero praticante passavo ore tra i volumi impolverati del Foro Italiano, alla ricerca del precedente giusto per una causa», racconta Ermelinda Spinelli, che guida le sedi italiane di Freshfields ed è decisamente troppo giovane per avere ricordi da veterana.

Il punto è che il tempo, con l’intelligenza artificiale, si è messo a scorrere troppo veloce per gli avvocati. Anche lei, che non è una delle prime a sperimentare le nuove tecnologie – non è un’early adopter, una pioniera, per usare le sue parole – si è messa a usare i nuovi strumenti «con consapevolezza e discernimento» e ad apprezzarne i risultati. I suoi praticanti ora cercano con le macchine le sentenze del passato e non c’è niente di male. Ci mettono meno tempo e tutto funziona. «L’importante è che si ricontrolli tutto e che ci sia sempre un esperto a porre dubbi: un precedente del Tar ci dà ragione, d’accordo, ma il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza?».Quello dell’avvocato è uno dei mestieri più travolti dall’intelligenza artificiale. In un Paese in cui il presidente degli industriali lamenta che poche aziende si servono degli LLM – Large Language Model, sistemi di intelligenza artificiale addestrati per comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano – parlare con i legali è quasi rassicurante. In moltissimi hanno cominciato a utilizzarla, chi fermandosi agli strumenti generici come ChatGPT, chi utilizzando quelli specialistici come Legora o Harvey.