IA
Vittorio Giordano
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Le riflessioni sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla professione legale destano un’impressione netta: che il dibattito si polarizzi esclusivamente tra chi, temendone gli usi impropri (viene in mente l’avvocato pasticcione che farcisce gli atti di citazioni false e varie allucinazioni), vorrebbe limitarne la diffusione, e chi, affascinato dalle vertiginose possibilità del nuovo strumento, intende invece sostituire la figura paludata dell’avvocato con il suo golem informatico. Questa frattura ricalca quella tra populisti appassionati e tecnocrati distaccati che Frank Pasquale, nell’introduzione a New Laws of Robotics, pone al cuore della crisi democratica dell’expertise, e che si cura, secondo l’autore, in un solo modo: «Dare maggiore potere ai professionisti locali».
Mi sembra che questa indicazione punti in una precisa direzione, che non è né quella delle grandi law firm né quella dei professionisti individuali, cui difetta la massa critica, bensì quella degli studi, piccoli e medi, detti boutique. Attori rilevantissimi per mole di incarichi e responsabilità, eppure ai margini del dibattito, mentre, attestano rilevazioni recenti, almeno negli Usa già il 75% di tali studi adopera strumenti di IA, spesso di tipo consumer. Per decenni certi incarichi – ad esempio le grandi due diligence, il contenzioso massivo, l’analisi di migliaia di pagine di documenti – sono rimasti appannaggio di chi poteva schierare interi reparti di professionisti. Il collo di bottiglia dimensionale può oggi essere rimosso dagli strumenti di IA, che promettono flussi di lavoro più ordinati e prodotti più coerenti e schiudono perciò nuovi segmenti di mercato a studi di dimensioni più contenute.







