Quando si discute di intelligenza artificiale e professioni giuridiche, il dibattito ruota quasi sempre attorno a una domanda: la macchina sostituirà il professionista? È possibile che questa domanda non sia corretta.L’idea che il ragionamento giuridico sia un’attività individuale, solitaria, quasi eroica, appartiene più all’immaginario collettivo che alla realtà della professione.Infatti, da tempo immemore il diritto nasce dal confronto: con i fatti, con le fonti del diritto, con la dottrina, con la giurisprudenza, con i colleghi e, soprattutto, con le obiezioni.In questo senso, è possibile affermare che il giurista di ogni epoca non ha mai “pensato da solo”.Ecco, l’ingresso dirompente dell’intelligenza artificiale nel mondo del diritto non ha introdotto il dialogo nel ragionamento giuridico: si tratta semplicemente di un “nuovo interlocutore”.Indice degli argomenti
Una lezione antica di oltre duemila anniCome nasce davvero un ragionamento giuridicoLa mente estesa e gli strumenti del pensieroL’intelligenza artificiale come interlocutoreIl rischio della deficienza naturale, inteso come deficit, mancanzaConclusione: governare il dialogoUna lezione antica di oltre duemila anniMolto prima delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale, Marco Tullio Cicerone aveva già compreso un aspetto fondamentale della costruzione del pensiero giuridico.Nel De Oratore Cicerone disegna con ammirabile precisione la figura dell’oratore ideale, figura che ha moltissimi punti in comune con quella che possiamo definire, per semplificare, la figura dell’uomo di legge. Secondo Cicerone l’oratore ideale non è un semplice tecnico del diritto, né un archivio di nozioni ma, al contrario, è un uomo capace di confrontare argomenti, di valutare prospettive differenti, di anticipare obiezioni e di costruire il proprio giudizio attraverso un processo continuo di dialogo.Scritto tra il 55 e il 54 a.C., il De Oratore assume la forma di un dialogo tra alcuni dei più illustri oratori romani e sviluppa una concezione dell’oratore sorprendentemente moderna.Nel De Oratore ricorre costantemente l’idea che nessuno possa parlare autorevolmente di una materia che non conosce.Cicerone analizza in profondità i fondamenti della retorica e dell’oratoria, suddividendo l’arte del dire in cinque parti fondamentali:• Inventio: ideazione e ricerca degli argomenti;• Dispositio: organizzazione e disposizione dei contenuti.• Elocutio: scelta e arricchimento del linguaggio.• Memoria: capacità di ricordare e richiamare i concetti.• Actio: pronuncia e gestualità durante il discorso, considerata la parte più importante per il politico o l’avvocato.A ben vedere i principi enunciati da Cicerone oltre duemila anni fa conservano una sorprendente attualità: l’intelligenza artificiale può aiutare il professionista nelle diverse fasi, ideazione e ricerca degli argomenti, organizzazione e disposizione dei contenuti, può aiutare ad individuare connessioni ed a sviluppare percorsi argomentativi, ma non può sostituire la conoscenza che consente di valutare criticamente il risultato, né incidere su quella che viene definita la parte più importante per il politico e l’avvocato, cioè l’actio.L’IA può certamente supportare il professionista nel recupero delle informazioni e dei concetti, ma un utilizzo passivo di questo strumento rischia di indebolire proprio quella capacità di memorizzazione e richiamo che Cicerone considerava parte essenziale della formazione dell’oratore.In definitiva, l’illusione che la tecnologia possa colmare automaticamente una lacuna culturale è probabilmente uno dei principali equivoci del dibattito contemporaneo sul tema.Come nasce davvero un ragionamento giuridicoChi esercita la professione forense conosce bene quel momento in cui il ragionamento prende forma lontano dalla scrivania.Accade mentre si guida verso il tribunale, mentre si ripercorrono mentalmente gli atti di un procedimento, mentre si immaginano le possibili domande del giudice, le obiezioni della controparte, le risposte fornite da un testimone sulla scorta delle dichiarazioni già rese a sommarie informazioni testimoniali.È un dialogo interiore fatto di ipotesi, correzioni, confutazioni, domande formulate in modo da non permettere divagazioni o risposte evasive.La psicologia cognitiva definisce questo fenomeno “inner speech”, il discorso interno attraverso cui l’essere umano organizza il proprio pensiero e costruisce decisioni complesse.In altre parole, il pensiero non è un monologo. È già, per sua natura, una forma di dialogo.L’esempio del De Oratore, che si presenta, per l’appunto, come un dialogo platonico tra diversi interlocutori, rende appieno questo concetto.La mente estesa e gli strumenti del pensieroNegli ultimi decenni, alcune teorie delle scienze cognitive hanno ulteriormente sviluppato questa intuizione.Secondo la teoria della extended mind, i processi cognitivi possono includere non solo attività cerebrali, ma anche strumenti esterni stabilmente integrati nel comportamento dell’individuo. In questo senso, la mente non coincide necessariamente con il cervello: dispositivi come taccuini, strumenti digitali o sistemi di intelligenza artificiale possono diventare parte del sistema cognitivo, se svolgono funzioni analoghe a quelle interne, a determinate condizioni, come quella di un uso costante e automatico, un accesso rapido e affidabile, con un’integrazione stabile con il comportamento e la fiducia nelle informazioni (come se fossero ricordi interni).Naturalmente, questo non significa che lo strumento pensi al posto dell’uomo, ma che l’uomo pensa anche attraverso gli strumenti che utilizza, a determinate condizioni.L’intelligenza artificiale come interlocutoreÈ proprio qui che, a mio avviso, emerge la vera novità: molti professionisti impiegano oggi l’intelligenza artificiale come se fosse un motore di ricerca evoluto, altri la utilizzano come un redattore automatico che può togliere loro la parte più faticosa dell’attività professionale.Entrambi gli approcci colgono solo una parte del fenomeno e l’esperienza concreta suggerisce qualcosa di profondamente diverso.Sempre più spesso l’IA viene utilizzata come interlocutore: non per ottenere una risposta definitiva, ma per mettere alla prova un’ipotesi, verificare la tenuta di un ragionamento, esplorare percorsi alternativi.Questo processo assomiglia molto meno a una delega e molto di più a una discussione.Come ho già avuto modo di dire in precedenti interventi, l’elemento decisivo resta però immutato perché la responsabilità della scelta finale è e continua ad essere del professionista.Il rischio della deficienza naturale, inteso come deficit, mancanzaOgni tecnologia che amplia una capacità umana tende, inevitabilmente, ad atrofizzarne un’altra. L’automobile ha ampliato enormemente la capacità di spostamento dell’uomo, ma ha ridotto l’esercizio fisico che per secoli aveva accompagnato il cammino e lo spostamento a cavallo.Il navigatore ha migliorato orientamento ed efficienza degli spostamenti, ma ha ridotto l’allenamento della memoria spaziale. L’intelligenza artificiale non fa eccezione.Il rischio non è soltanto quello dell’errore o dell’allucinazione algoritmica di cui abbiamo spesso parlato: esiste a mio avviso un pericolo più sottile, costituito dalla progressiva rinuncia allo sforzo del ragionamento.Scrivere, argomentare, ricostruire una linea difensiva, elaborare una strategia richiede fatica: è una fatica cognitiva che costituisce parte essenziale della formazione professionale.Se la tecnologia viene utilizzata per eliminare integralmente questo sforzo, il risultato non è un professionista più efficiente, ma un professionista meno allenato.Conclusione: governare il dialogoCredo che l’intelligenza artificiale non segni la fine del ragionamento umano, ma che abbia aperto nuove opportunità e che stia ponendo di fronte a delle sfide che, in quanto professionisti del diritto, siamo chiamati a raccogliere.Da oltre duemila anni il giurista costruisce il proprio pensiero attraverso il confronto con altri argomenti, con altre idee, con altre prospettive e, quindi, ciò che cambia con l’introduzione di questo strumento innovativo non è il metodo, che rimane immutato, ma l’interlocutore.La vera sfida che ci si pone davanti, quindi, non consiste nello stabilire se la macchina sostituirà il professionista, ma nel capire se il professionista sarà in grado di continuare a governare il dialogo da cui nasce il suo pensiero perché, oggi come duemila anni fa, la qualità della decisione non dipende dall’interlocutore. Dipende dalla qualità del ragionamento umano che governa il dialogo.






