Prima gli avvocati, adesso anche i giudici. L’intelligenza artificiale è un aiuto molto potente nelle mani dei professionisti della legge, ma è uno strumento a doppio taglio. Da un lato serve a mettere in ordine e a gestire grandi quantità di informazioni, precedenti, procedure. Velocizza, semplifica, coagula. Ma non può assolvere mai da un obbligo: quello della verifica. Perché cominciano a spuntare come funghi casi in cui l’Ai “genera” sentenze inesistenti, attribuzioni fuorvianti, interpretazioni artefatte. Che finiscono per passare anche nelle decisioni dei magistrati, come dimostra un caso a Messina. Sia la Cassazione che il Csm stanno cominciando a occuparsene e non le giudicano affatto né attenuanti né tantomeno esimenti per chi, avvocato o magistrato, diffonde le allucinazioni della Ai.
Dapprincipio furono gli Stati Uniti, dove nel sistema di common low la giurisprudenza è tutto. Nei casi Mata contro Avianca del 2023 e Wadsworth contro Walmart del 2025 gli avvocati dei querelanti citarono precedenti inesistenti, generati dall’Ai. Scoperti dalle controparti, furono sanzionati dai giudici con pesanti ammende pecuniarie. Ora accade anche in Italia. Nel 2025 il Tribunale di Firenze ha censurato l’uso di citazioni false da parte di un avvocato come “condotta discutibile”, ma ha negato sanzioni per assenza di danno provato. Quest’anno, a Siracusa, in un altro caso di allucinazione da Ai che ha inventato addirittura quattro sentenze della Cassazione completamente inesistenti, il giudice ha sancito l’obbligo di diligenza umana. Ma l’era della benevolenza è già finita.









