a
«Nessuno muore davvero da solo. Con la propria morte lascia sempre qualcuno che muore con lui. Per questo si dice che, quando arriva la morte, si dovrebbe portare con sé anche i propri cari, affinché nessuno sia costretto a vivere nel dolore della perdita». Ha il sapore di un tragico annuncio il messaggio lasciato da Shahadat Hossain, bengalese di 43 anni, sospettato dalla mattanza a Casalotti. Quelle parole, che all’indomani della strage suonano così cupe, le ha scritte in un post su Facebook il 25 giugno, il giorno prima del triplice omicidio. Accompagnavano la canzone Mera Jeevan Kora Kagaz (la mia vita è un foglio bianco), un famoso brano hindi che simboleggia i sogni non realizzati.
A Noakhali, città del Bangladesh, Hossain e gli Uddin erano vicini di casa, poi nel 2009 Kamal Uddin si è trasferito in Italia e, nel 2024, è riuscito a far arrivare la famiglia. Chi conosce Shahadat Hossain racconta che si era trasferito a Londra, dove ha moglie e figli. Poi, sei mesi fa, è arrivato in Italia.
Famiglia sterminata a colpi di mannaia, chi è il bengalese ricercato. La strage in due fasi e il movente
«Lo vedevo spesso in piazza, mi diceva che aveva trovato un lavoro, ma non mi diceva mai che turni avesse. Un atteggiamento che non sono mai riuscito a spiegarmi», racconta Ahamad. Poi aggiunge: «Quando è arrivato Kamal ha garantito per lui, dicevano che fosse un parente, c’era una camera libera nell’appartamento dove vivo io e si è stabilito lì». Una stanza a pochi passi da dove abitava la famiglia Uddin, su via Giulio Clovio. «Andava sempre a trovare Kamal e la sua famiglia, qui nella comunità bengalese ci conosciamo tutti».











