Roma, 27 giu. (askanews) – Dieci anni dopo il referendum per la Brexit, e l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non ha innescato l’effetto domino temuto nel 2016. Al contrario, sembra essere svanita la minaccia di defezioni di altri Stati membri dall’Unione. Londra ha nel frattempo bruciato il sesto premier in un decennio, con le dimissioni ieri di Keir Starmer.

Ma la tesi che oggi circola negli ambienti degli analisti europei è che le conseguenze negative dell’addio britannico all’Ue non abbiano indebolito il sovranismo nazionalista in Europa, ma che ne abbiano piuttosto cambiato la strategia. Secondo Fenja Tramsen, del programma “European Politics and Institutions” nello European Policy Centre (Epc) di Bruxelles, “la Brexit non ha sconfitto il sovranismo in Europa; lo ha rafforzato, insegnando ai partiti sovranisti a lavorare dall’interno anziché minacciare l’uscita”. La via più efficace, insomma, è restare dentro l’Unione per influenzare, indebolire od ostacolare le sue decisioni.

A sostegno di tale lettura c’è il quadro delle tendenze nell’opinione pubblica europea. Secondo un sondaggio dell’Eurobarometro Standard 105 realizzato tra il 12 marzo e il 5 aprile scorsi, nei 27 Stati membri quasi tre quarti degli europei ritengono che il proprio Paese abbia beneficiato dell’appartenenza all’Ue. Il sondaggio, realizzato su 26.415 cittadini europei intervistati, conferma un consenso elevato verso l’appartenenza del proprio paese all’Ue e indica una tendenza più ampia: il 75% dichiara di sentirsi cittadino dell’Unione, lo stesso risultato registrato nella primavera del 2025 e lo stesso massimo storico.