Il 7 e 8 luglio i leader dei 32 Paesi alleati e di numerosi partner si riuniranno al Complesso Presidenziale di Beştepe per il summit Nato. La scelta di Ankara, alla seconda ospitalità dopo Istanbul 2004, riflette l’intreccio tra ridefinizione del rapporto transatlantico, divisioni europee sul sostegno a Kiev e crescente centralità del fianco sud-orientale dell’Alleanza. Per l’Italia, il vertice arriva nel momento meno favorevole. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

Mark Rutte ha scelto con cura la cornice retorica del summit: non più gli impegni — quelli, dice, sono già stati presi all’Aia nel 2025 — ma la loro implementazione. Il Segretario generale ha condensato la sua filosofia in una frase destinata a restare: Putin non teme le promesse, teme che vengano messe in pratica. Dietro la formula c’è un dato concreto che la Nato sta mettendo in vetrina: gli alleati europei e il Canada avrebbero speso oltre 1.200 miliardi di dollari in più in difesa dal 2016, con un incremento del 20% solo nel 2025. Ad Ankara, secondo Rutte, gli alleati presenteranno piani di investimento ulteriori, in vista della soglia del 5% del PIL entro il 2035 concordata all’Aia.

Il problema è che dietro i grafici “dorati e in rosso” — come li ha descritti una fonte vicina al Segretario generale — che Rutte porta a Washington per rassicurare Trump, si nasconde una realtà più conflittuale.