Pasquale Ferraro
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FILE – Turkish President Recep Tayyip Erdogan gestures during a press conference after the plenary session at the NATO summit in The Hague, Netherlands, on June 25, 2025. (AP Photo/Markus Schreiber, File)
Mentre i leader dei Paesi dell’E5 (Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Polonia) si sono riuniti a Berlino per fare il punto sullo stato dell’arte della componente europea della Nato, Donald Trump seguitava la sua polemica contro i partner europei, tra cui l’Italia, che in questo momento occupa, lo sappiamo, il primo posto nella scala di acredine del Presidente degli Stati Uniti. Ma al di là delle solite frasi sul “sono stati pessimi” o “ci hanno abbandonato”, la dichiarazione più forte data da The Donald riguarda il vertice Nato di luglio ad Ankara e il suo “parteciperò perché me lo ha chiesto Erdoğan”. Una frase pronunciata dinanzi a un Mark Rutte intento a tentare di mantenere salda e unita la Nato nella fase più complicata del rapporto tra gli alleati e gli Stati Uniti; un lavoro complesso, ma che fino ad ora l’ex premier olandese è riuscito a portare a termine egregiamente.
Il problema, però, è tutto mediterraneo e, ancor di più, tutto italiano. La questione turca è infatti un tema cruciale nell’agenda della politica estera italiana, che non può essere affrontato con il tradizionale approccio diplomatico nostrano, ma che va gestito con maggiore risolutezza e consapevolezza del problema. La Turchia di oggi, lo sappiamo bene, non è più la Turchia kemalista, ma qualcosa di ben diverso e molto più pericoloso, soprattutto per l’Italia, al netto degli accordi militari assunti di recente sui droni. La nuova politica neo-ottomana spinge sempre più in avanti l’asticella che delimita il limes della zona d’influenza di Ankara verso quella italiana, o storicamente ritenuta tale, aree che prima del varo dell’ambizioso e necessario Piano Mattei sono state abbandonate per oltre dieci anni e lasciate alla mercé delle ambizioni turche.










