Come abbiamo iniziato a comprendere nell'ultimo periodo, oggi la geopolitica globale si definisce anche nelle profondità marine, negli abissi digitali, oltre che oceanici. La contesa sullo stretto di Hormuz – Stati Uniti e Iran stanno ancora capendo come e quando renderlo nuovamente attraversabile – ci lascia, comunque vada, un'eredità incontrovertibile: l'infrastruttura che sorregge Internet è strutturalmente vulnerabile. E il Mediterraneo si riappropria della centralità di cui ha sempre goduto trasformandosi nel baricentro digitale d'Europa e non solo. Sono miliardi (in euro) gli investimenti confluiti in hub alternativi come Genova, la Sicilia, Barcellona e Creta. Quello che sembra ormai archiviato è il sogno (se così si può definire) di un cloud globale. Il tutto a favore di una progressiva “balcanizzazione” della rete.La geopolitica sottomarinaIl Mediterraneo contro i colli di bottiglia geograficiLo “Splinternet” tra Oriente e OccidenteLe nuove rotte e il ruolo dell’ItaliaIl Mediterraneo come garanzia di “apertura” digitaleE se qualcosa rompe negli abissi digitali?La rete del futuroIl Mediterraneo contro i colli di bottiglia geografici“La crisi geopolitica legata alla chiusura dello stretto di Hormuz impone un potenziamento della resilienza infrastrutturale, spingendo le nazioni a considerare i cavi sottomarini non solo come arterie economiche, ma come obiettivi strategici”, sottolinea Emmanuel Becker a Wired Italia. Becker guida la Mediterra DataCenters il cui obiettivo è dar vita a una piattaforma di data center regionali per il Mediterraneo, sviluppando hub nelle aree digitalmente strategiche, ma che ancora non godono ancora di adeguata connettività.“Diversificare i percorsi dei dati sarà fondamentale per ridurre i colli di bottiglia geografici e la concentrazione del traffico che, nel solo Mediterraneo, raggiunge già il 15 per cento e si prevede continuerà a crescere nei prossimi anni”. In primo piano c'è anche la messa a punto di piani di emergenza e tracciati alternativi per aree come il mar Rosso, sempre più delicate in virtù dei flussi tra Europa e Asia, dai quali passa quasi il 90% dei dati condivisi tra i due continenti.Secondo Maurizio Goretti, amministratore delegato di Namex (Nautilus Mediterranean Exchange point, ovvero il più importante Internet Exchange point del Mezzogiorno), il Consorzio ha dedicato alla geopolitica delle reti l’ultima edizione del suo evento annuale: “Il network globale ha ormai perso l'ingenuità dei suoi esordi, trent'anni fa: oggi esiste un legame indissolubile tra la rete e gli scenari politici mondiali. Le grandi decisioni geopolitiche dipendono dall'infrastruttura in ogni sua declinazione, dalle reti fisiche come la fibra, i cavi sottomarini e i satelliti, fino alle applicazioni sul cloud”, afferma. “Il vero baricentro di questo scontro sono i dati delle persone, la risorsa economica e strategica di maggior valore in assoluto. È una dinamica capace di condizionare le scelte strategiche a lungo termine di intere nazioni e macro-aree, ridefinendo continuamente i rapporti di forza tra giganti come Europa, Stati Uniti e Cina”.Lo “Splinternet” tra Oriente e OccidenteIl digital decoupling (disaccoppiamento digitale) non è più solo una guerra teorica o commerciale. È una “faglia” che si sta aprendo nei fondali degli oceani, ridisegnando la geografia dei cavi sottomarini. Se da un lato lo scontro si consuma attraverso la guerra dei semiconduttori, con le restrizioni statunitensi per bloccare l'accesso di Pechino ai microprocessori di ultima generazione, dall'altro si traduce in ecosistemi di intelligenza artificiale paralleli e speculari (l'Occidente dominato da OpenAI, Google, Anthropic e Meta; l'Oriente trainato dall'Agentic AI cinese di OpenClaw e DeepSeek). Ma è negli abissi che questa separazione diventa strutturale: “C’è il fenomeno dello Splinternet che porta alla crescente frammentazione della rete globale in reti regionali separate, isolate e controllate. Una sovranità dei dati frammentata, che contrappone la bolla occidentale, regolata da severe norme sulla privacy e sulla sicurezza dei sistemi (Gdpr e AI Act, ndr), alla Grande Muraglia digitale cinese gestita da leggi ferree sulla sicurezza dei dati e dominata da super-app domestiche come WeChat o Douyin”, evidenzia Becker.Le nuove rotte e il ruolo dell’ItaliaOggi la strategia punta alla riscrittura delle rotte fisiche, finanziando corridoi alternativi per evitare le aree più a rischio conflitto. La geografia degli approdi si sta decentralizzando grazie a hub alternativi rispetto a quello storico di Marsiglia. Città come Genova, la Sicilia, Creta e Cipro stanno diventando fortezze digitali, connesse tra loro da reti "a maglia" in grado di reindirizzare istantaneamente il traffico. A questo si aggiunge la militarizzazione dei fondali – grazie a droni subacquei autonomi e sensori acustici – e l'uso di uno “scudo spaziale” di riserva, attraverso costellazioni satellitari in orbita bassa, come quelle del programma europeo Iris2, cruciali per bypassare la vulnerabilità via terra o via mare.“La resilienza della connettività internazionale e il mantenimento del Mediterraneo quale nodo centrale di tutti i flussi dati tra Europa e Medio Oriente, India e Sudest asiatico sempre di più vanno disegnati considerando corridoi alternativi e ridondati”, dice a Wired Italia Enrico Bagnasco, amministratore delegato di Sparkle, la società di Tim ceduta a Retelit e al ministero dell’Economia (l'operazione deve ancora essere finalizzata in attesa del via libera da parte degli Stati Uniti) e appena rieletto alla presidenza del del Global Leaders’ Forum, l’associazione globale dei leader della connettività internazionale finalizzata al futuro dell’infrastruttura digitale.Anche la Commissione europea ha in qualche modo confermato il ruolo dell'Italia quale hub del Mediterraneo meridionale per i cavi sottomarini. “L’Italia si trova al centro di una rete fisica fondamentale che collega l’Europa e l’Occidente all’Africa e all’Asia. Parliamo di infrastrutture sottomarine invisibili ma vitali, su cui viaggiano i flussi di dati, le informazioni e i servizi digitali che muovono l'intera economia globale”, ha commentato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.Il nostro Paese avrà il compito di coordinare i lavori dell'hub in sinergia con Grecia, Cipro e Malta per mettere a punto procedure condivise, dare vita a una piattaforma tecnologica comune per il monitoraggio in tempo reale e condividere informazioni per il rilevamento di anomalie, nonché attivare una gestione coordinata degli incidenti transfrontalieri (dovuti a guasti tecnici o ad atti di sabotaggio).Il Mediterraneo come garanzia di “apertura” digitaleCosì diventano strategici l’approdo a Genova, il transito dello stretto di Messina, l’attraversamento di Israele verso la costa giordana. “Lavoriamo anche per rendere ancora più efficace il coordinamento operativo con la Marina Militare per il monitoraggio preventivo di comportamenti potenzialmente critici del traffico navale”, aggiunge Bagnasco.“I movimenti di navi sospette nei pressi delle dorsali europee sono aumentati, con circa 500 incidenti nell'ultimo anno, di cui circa un centinaio è stata attribuito ad azioni ibride, spionaggio e mappatura ostile delle infrastrutture sottomarine, con un forte coinvolgimento di attori come Russia e Cina”, puntualizza Becker, secondo il quale con i continui rischi di sabotaggio e interruzione fisica delle infrastrutture nel mar Rosso e nei pressi dello stretto di Hormuz, consorzi internazionali ed hyperscaler deviano i flussi di dati verso il bacino mediterraneo, che diventa un hub digitale strategico per evitare colli di bottiglia geopolitici e garantire la continuità dei servizi transcontinentali: “Ecco perché città come Palermo, Roma e Barcellona non sono più periferie della rete europea – continua Becker –, ma i nuovi baricentri. In queste aree, i dati provenienti da Asia e Africa atterrano in strutture protette e vengono immediatamente instradati, riducendo la dipendenza dalle tradizionali e costose rotte terrestri del Medio Oriente”.E se qualcosa rompe negli abissi digitali?Il mare dunque è diventato un sito sensibile: un sottomarino invisibile o una nave commerciale che trascina un'ancora modificata possono distruggere un nodo dati profondo lasciando pochissime tracce, facendo passare l'attacco per una fatalità marittima.“Riparare internet” negli abissi significa scontrarsi con una strozzatura industriale invisibile: nel mondo esistono appena una sessantina di navi posacavi specializzate, un club esclusivo i cui scafi sono blindati da contratti di noleggio pluriennali e virtualmente introvabili. Trovata la nave, inizia la sfida ingegneristica.Prima si localizza il danno inviando impulsi di luce (riflettometria ottica), poi si calano nel buio dei fondali i colossi robotici. Ma in uno scenario post-bellico, la tecnologia non basta: nessun armatore spedisce un asset da centinaia di milioni di dollari in un quadrante d'alto mare senza la certezza di una scorta militare e la bonifica preventiva dalle mine. Risultato? Se per saldare una singola fibra spezzata in acque profonde servono dalle tre alle sei settimane di lavoro in condizioni meteo perfette, per ripristinare un intero snodo strategico devastato da attacchi multipli la paralisi digitale può trascinarsi dai sei ai dodici mesi.La rete del futuroLa tendenza dominante sarà la balcanizzazione della rete in blocchi d'influenza governati dalle politiche di sovranità digitale e tecnologica e dai requisiti di nazionalizzazione dei dati. "La spinta verso il cloud sovrano costringerà i grandi provider globali a isolare le infrastrutture all'interno dei confini delle singole giurisdizioni. I dati strategici di cittadini, governi e modelli di AI nazionali non potranno lasciare il territorio d'origine, ponendo fine all'era del solo cloud globale che continuerà a esistere affiancato da soluzioni sovrane e locali”. Ne è convinto Becker secondo il quale tra dieci anni la rete globale dei dati sarà configurata come un ecosistema ibrido e polarizzato, guidato dalla frammentazione geopolitica e dalle esigenze energetiche sempre più elevate dell'intelligenza artificiale.