«Ho sempre cercato uomini che mi salvassero la vita, che mi salvassero dalla solitudine». Con queste parole inizia Ayoub, il nuovo spettacolo della drammaturga, regista e performer argentina Marina Otero, in programma il 5 e 6 luglio al Campania teatro festival (Napoli, Sala Assoli) e poi l’8 luglio a Roma, Spazio Rossellini nella rassegna Sempre più fuori – dopo aver fatto il suo debutto italiano lo scorso maggio a Rimini per Supernova.
Otero, nata a Buenos Aires nel 1984 e di base da alcuni anni a Madrid, si muove abitualmente sul bordo tra vita e arte, mescolando i piani in modo sempre più intenzionale nel corso degli anni. Nel 2015 ha dato vita al progetto Recordar para vivir, dove la documentazione delle proprie giornate diveniva il cuore di uno spettacolo, facendo della vita una performance «fino alla mia morte». In questo filone Otero ha realizzato lavori fortunati, come la trilogia pubblicata anche in forma di libro, Fuck Me, Love Me, Kill Me.
Ayoub appare come uno spin-off di questo filone. Tutto nasce da un viaggio compiuto da Otero in Marocco, con lo scopo di affrontare la propria dolorosa condizione di dipendente affettiva attraverso un buffo esperimento: cercare un uomo disposto a sposarla così da ottenere la cittadinanza europea, «lui in cambio dovrà far finta di essere innamorato di me, ogni giorno». Come spesso accade però la vita fa saltare i piani e nel corso del processo Marina si innamora per davvero del giovane Ayoub, venditore di dolciumi, che subito si trasferisce a Madrid. Vediamo la loro storia proiettata su un grande schermo dove si susseguono selfie, foto intime e giocose. C’è una cesura: il genocidio in Palestina e la conseguente censura culturale che cambia per sempre la visione di Otero. Emerge la domanda, urgente, su cosa sia rappresentabile o meno sui palchi d’Europa – quali gli stereotipi e quali i tabù? E poi, ancora più pervasiva, quella sul colonialismo come forza che si è impossessata anche della relazione tra Otero e Ayoub.







