«Quando sono qui tutto scompare, sto bene, non penso. Questo spettacolo serve, magari gli italiani capiscono». Così mi dice Osariemen, nigeriana naturalizzata napoletana, durante una pausa dalle prove negli spazi del Teatro San Ferdinando del laboratorio «I Sud» condotto da Alessandra Cutolo, prodotto dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale in collaborazione con l’Associazione IF-ImparareFare ETS, Progetto «Criscito» cofinanziato da Fondazione EOS e Impresa Sociale Con i Bambini. Osariemen e le sue compagne, un gruppo affiatato e transgenerazionale di quindici donne – africane, afrodiscendenti e napoletane – hanno appena finito una danza sfrenata, collettiva, liberatoria che chiude la scena di un racconto per frammenti in più lingue delle violenze da un naufragio. C’è un coro di donne che prova a raccontare, a verbalizzare, al centro la «queen», – la maman che organizza la traversata/ tratta – che non capisce o fa finta di non capire, mentre tutte si coprono gli occhi quando lei chiede chi guidasse lo scafo.
Il viaggio, attraverso guerre, abusi, torture e la presa di parola, il libero movimento di corpi, identità assoggettate e mai narrate sono al centro di Ozebwa, esito del quarto anno del laboratorio guidato da Cutolo, regista napoletana da sempre impegnata nel teatro sociale, autrice del film Mama Mercy che racconta la comunità resistente e multietnica di Spin Time a Roma. Dopo le prime tre edizioni (Ambasciata Americana di Chimamanda Ngozi Adichie; Madri e figlie. Parti e Ire; Black Medea – Gratitudine alla vita, riscritture dai classici curate con Sabrina Efionayi, scrittrice nigeriana napoletana di seconda generazione) stasera alle 19.30 al San Ferdinando si presenta Ozebwa.









