«Il teatro non è intrattenimento. Aiuta i bambini a esprimersi, i giovani a potersi sentire abbastanza sicuri da parlare delle loro emozioni. Cambia le loro vite. Li rende più capaci di comprendere se stessi, gestire lo stress, la paura, la violenza che li circonda. È importante raccontare le storie dei bambini, delle donne uccise a Gaza perché non siano solo numeri. Parole come «resistenza» e «resilienza», legate alla cultura palestinese, non ci piacciono più: il rischio è che tutto quello che stiamo vivendo diventi normalità».

Marina Barham ha gli occhi scuri, la voce calma, parla in perfetto inglese davanti a una nutrita platea al «Centro delle Arti e della Scena dell’Audiovisivo» di Napoli: artisti, cittadini accorsi per uno dei tanti appuntamenti del lungo speaking tour della regista palestinese, co fondatrice del Teatro Al-Harah di Betlemme. Un mese di appuntamenti, dal 12 maggio al 12 giugno, da nord a sud dello stivale, in teatri, festival, associazioni, dove Marina ha portato la testimonianza diretta di cosa significa vivere, resistere, fare arte, teatro in Palestina durante il genocidio: tra checkpoint, coprifuoco, censura, cancel culture. Originaria di Betlemme, da quasi trent’anni dirige la compagnia Al-Harah a Betlemme. L’abbiamo intervistata tra una tappa e l’altra del tour.