“C’è un genocidio a Gaza, chiaramente. Ma il paradosso divertente, e uso questo termine nel senso più surreale e drammatico naturalmente, è che nella narrazione corrente si parla di una guerra. Una guerra in cui da una parte c’è un esercito armatissimo, dall’altra donne e bambini”. Non usa mezzi termini e rivendica con forza il potere del teatro come “atto di militanza” Davide Livermore, direttore del Teatro Nazionale di Genova. Anzi, “direttrice”, come ha chiesto di essere definito (ho inaugurato per quattro anni consecutivi la Scala eppure mi hanno intervistato al tg per aver detto questo, dimostrazione che abbiamo un problemone”).

In occasione della presentazione del Festival dell’eccellenza al femminile diretto da Consuelo Barilari (molti degli spettacoli della rassegna andranno in scena anche sui palchi del Teatro Nazionale), Livermore ribadisce la necessità dell’arte di prendere posizione: “Mai come in questo momento fare teatro è un atto di militanza. Diritti umani, genere, parità - riflette Livermore - temi centrati nell’oggi. Eppure c’è stato periodo in cui non abbiamo focalizzato l’importanza di militare dentro a un teatro: e per militare intendo celebrare la società nei suoi valori più alti. Questo festival - prosegue Livermore - mette al centro la donna, la madre, la Terra. Eppure oggi una parte politica ci vuole trasformare in intrattenimento: ma noi facciamo arte. L’arte è uno squarcio in un muro, attraverso cui capire; ci permette di essere rappresentati nelle nostre parti più critiche: perché sono le criticità che ci fanno crescere come comunità. Ecco: l’arte educa una comunità”.