Una ricerca del British Medical Journal evidenzia che i giovani continuano a usare le piattaforme vietate. L'unica flessione riguarda i 14-15enni
La domanda circola nei parlamenti di mezzo mondo. Ma anche nelle scuole e in famiglia. I social fanno male agli adolescenti al punto da giustificare un divieto per legge? E, soprattutto, un divieto serve a qualcosa? Finora il dibattito è stato alimentato più dalle preoccupazioni che dai dati. Un sondaggio dello scorso marzo, svolto in Australia, unico Paese ad aver tradotto quelle preoccupazioni in una norma nazionale, ha evidenziato che il 70 per cento delle famiglie ha dichiarato che niente era cambiato rispetto a prima della legge: i social sono ancora accessibili agli under 16. E il New York Times ha raccontato la grande creatività dei ragazzi nel disegnarsi i baffi o dichiarare una data di nascita falsa o usare una Vpn per aggirare controlli e divieti.
Ora però un nuovo tassello, questa volta si tratta di un lavoro scientifico pubblicato sull'autorevole rivista British Medical Journal, conferma le dichiarazioni delle famiglie. Lo studio analizza l'impatto iniziale del Social Media Minimum Age Act, la legge entrata in vigore in Australia nel dicembre 2025. La conclusione degli autori è piuttosto netta: ci sono poche prove che il divieto abbia prodotto una riduzione immediata e sostanziale dell'uso dei social da parte dei minori di 16 anni.









