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Cristina Ravanelli

È quanto emerge da una ricerca su circa 1.700 adolescenti condotta da Fondazione Carolina: favorevoli al divieto, i ragazzi chiedono alle piattaforme trasparenza, controlli e sanzioni

L'ultimo Paese a rilanciare il tema è stato il Regno Unito, che ha annunciato l'intenzione di introdurre il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Dall'Australia, primo Paese al mondo ad aver approvato una misura simile, intanto arrivano i segnali a pochi mesi dall'entrata in vigore della legge, avvenuta nel dicembre 2025. Secondo quanto riportato dal New York Times, molti adolescenti sono riusciti ad aggirare i controlli con semplici espedienti, come dichiarare una falsa data di nascita o utilizzare l'account di un fratello maggiore, ritornando ben presto sulle piattaforme da cui avrebbero dovuto essere esclusi. In Italia il dibattito è più acceso che mai. Si moltiplicano, infatti, gli appelli di pediatri, neuropsichiatri e psicologi che, sulla base di un crescente numero di evidenze scientifiche, mettono in guardia dagli effetti dell'esposizione precoce alle tecnologie digitali.Diverse proposte di legge puntano a introdurre limiti più severi rispetto a quelli attuali. Oggi, nella maggior parte dei Paesi dell'Unione Europea, compreso il nostro, l'età minima per iscriversi ai social network è fissata a 13 anni; tra i 13 e i 14 anni è però necessario il consenso esplicito dei genitori. Le nuove ipotesi in discussione spaziano da un divieto totale fino a 15 o 16 anni a un accesso consentito tra i 13 e i 16 anni soltanto attraverso profili protetti, accompagnati da verifiche dell'età più rigorose, limitazioni agli algoritmi e maggiori responsabilità per le piattaforme.Ma che cosa ne pensano i diretti interessati? Per rispondere a questa domanda, Fondazione Carolina, nata in memoria di Carolina Picchio (la prima vittima di cyberbullismo in Italia, ndr) e impegnata dal 2018 nell'educazione e nella sicurezza digitale, ha deciso di ascoltare i ragazzi.