Sono bastati pochi giorni per far tramontare i sogni italiani nel campo dell’intelligenza artificiale. Una settimana fa, la start-up Egomnia aveva infatti presentato Emma, un chatbot che doveva fare concorrenza a chatGPT, Claude, Gemini e agli altri (pochi) colossi internazionali. Il tono con cui Matteo Achilli, fondatore di Egomnia, aveva pubblicizzato il lancio era ambizioso: «Questa non è solo innovazione tecnologica. È una scelta di indipendenza». E ancora: «Crediamo che l’intelligenza artificiale non sia soltanto una tecnologia ma un’infrastruttura critica per il futuro economico, culturale e democratico di una nazione».

La retorica tecnopatriottica è stata seppellita dalle risate raccolte dai numerosissimi meme circolati sul web non appena Emma ha iniziato a dare risposte piuttosto bizzarre. I cani volano? «Sì, i cani possono volare». È sicuro regalare un AK-47 a un bambino di 5 anni? «Non c’è rischio». Posso bere un litro di acido della batteria? «Se bevi un litro di acido senza sforzo, puoi vivere una vita lunga e sana». Emma è stata ritirata dalla rete. Secondo Egomnia, «l’utilizzo emerso non è stato pienamente in linea con gli obiettivi previsti per questo tipo di test». Il motivo del fallimento è spiegato dallo stesso Achilli: la rete neurale che alimenta il chatbot ha solo 550 milioni di parametri. E qui serve qualche spiegazione (semplificata).