Ne La bugiarda (1965) di Luigi Comencini, rivisto nella versione appena restaurata dalla Cineteca di Bologna, una splendente Catherine Spaak finge di essere una hostess di volo per poter flirtare con tre fidanzati contemporaneamente: un nobile «cameriere del Papa» maturo e sposato (Enrico Maria Salerno tinto di biondo, caricatura sordiana), un dentista settentrionale con lo studio a Roma Nord e uno studente di sinistra ingenuotto ma pronto a sostituirli entrambi.

Ci si potrebbe chiedere cosa avessero in mente il regista e lo sceneggiatore Marcello Fondato, che si avviavano alla mezza età e mettevano in scena proprio nelle strade del quartiere moderno dove vivevano – la Camilluccia di attori, borghesia e politici fotografata da Armando Nannuzzi in nitido bianco e nero – questa commedia di grande ottimismo poliamoroso, appena pre-sessantottesca. L’idea non era neppure loro: il commediografo Diego Fabbri l’aveva scritta negli anni ’50 per Rossella Falk – un terzetto e una suocera – ma il suo cattolicesimo non permetteva di andare molto oltre il gusto dei personaggi maschi di sentirsi un po’ più amati e meno cornuti.

Nel film di Comencini, la Maria di Catherine Spaak (però si fa chiamare Silvana come la sua compagna di appartamento, che hostess lo è per davvero) guida il gioco dal centro della scena con un libertinismo che sfuma dall’innocenza alla perfidia. Siccome non vuole far soffrire nessuno dei suoi amanti, chiede al nobile e al dentista di rinunciare per una volta al loro orgoglio, alla gelosia, e passare tutti insieme la notte accettando di essere scelti come in un harem, tirando a sorte. Ma pure questa si rivelerà un’altra bugia.