Quando le donne misero in discussione il loro ruolo nella coppia, nella famiglia e nella società. L’anno è il 1964 e il discorso lo fece il cinema. Gustoso riscoprire pressoché contemporaneamente al Cinema Ritrovato di Bologna sia La Dérive di Paula Delsol che La bugiarda di Luigi Comencini. Il primo è una folgorante opera prima in odor di Nouvelle Vague, pressoché invisibile perfino in Francia, con protagonista una ragazza disinibita, sessualmente libera ma dipendente dall’affetto e dall’attenzione degli uomini. Il secondo è una sorta di finissima e provocatoria commedia con protagonista una donna libera e indipendente che triangola con due (tre) uomini, a loro insaputa, facendo ironicamente a pezzi l’orgoglio del maschio.

Curioso che in fondo lo stesso tema prevalga con prepotenza nell’alveo di forme e codici riconoscibili e in voga all’inizio di quel decennio: La Dérive nello stile rivoluzionario, spezzettato, intimo e doloroso tra Godard e Truffaut appena affermati; La bugiarda dentro fino al collo agli stilemi, comunque mai sbracati, della commedia all’italiana socialmente graffiante oltre la comicità popolare dei Cinquanta.

E si fa fatica a leggere le critiche tiepidine, o addirittura vere e proprie stroncature, che la critica cinefila dell’epoca riservò a La bugiarda. Diretto da Luigi Comencini e tratto da un testo teatrale di Diego Fabbri (un drammaturgo cattolicamente sui generis), il film è ambientato in una Roma natalizia, papalina e un po’ grigia. Maria (Catherine Spaak, 19 anni all’epoca) finge di fare la hostess per potersi dedicare, un giorno a testa, ai suoi due (tre) amori: il maturo nobile, cameriere del Papa, Adriano (Enrico Maria Salerno); il borghese dentista Arturo (Marc Michel); ma anche un giovanissimo vicino di casa.