Festival Da Isabella Rossellini in Piazza Maggiore per «Wild at Heart» alla retrospettiva su Barbara Stanwyck, la 40a edizione si è aperta sotto il segno di figure e storie di libertà

La Piazza Maggiore che saluta Isabella Rossellini è stracolma in ogni suo centimetro, migliaia di «cinefili felici» di ogni età, nazionalità, attrezzati di mini-ventilatori, ventagli, birrette, bottiglie d’acqua occupano non solo le sedie (c’è chi se le porta da casa) ma le scale, i bordi dei marciapiedi, i tavolini dei bar da cui sbirciare il grande schermo. La città che in una domenica caldissima fino a poco prima appariva vuota come un ferragosto di tanto tempo fa è tutta lì, a aspettare Sailor e Lula, la coppia di giovani amanti, lui (Nicolas Cage) con la giacca di serpente, lei magrissima (Laura Dern) e seduttiva in fuga nelle strade d’America popolate da gangster, feroci detective, madri crudeli che volano su una scopa, strane fate. Un paesaggio di deserto e lamiere accartocciate, teste spaccate e dita che ci mescolano il cervello, dolcezza e ambiguità.

I DUE VIVONO una passione oltre il tempo, fanno l’amore senza respirare, oltre se stessi, nella grana di immagini sensuali, nel flusso della voce di Chris Isaak che ripete: «No, I don’t want to fall in love (This world is only gonna break your heart) – No, I don’t want to fall in love (This world is only gonna break your heart) – With you (This world is only gonna break your heart)». Nel 1990 quando Wild at Heart vinse la Palma d’oro a Cannes, con la giuria presieduta da Bernardo Bertolucci i critici più paludati gridarono allo scandalo, eppure prima di questo Mago di Oz allo specchio (deformato), David Lynch aveva già mutato gli immaginari con film quali Eraserhead – La mente che cancella (1977) o Blue Velvet (1986) – sempre insieme a Rossellini.