Essere femminista per Agnès Varda non è soltanto la militanza, la lotta per la legge sull’aborto, lei che è fra le 343 firmatarie in Francia di quello che diviene nel 1971 il «Manifesto delle 343» – in cui si rivendica il diritto delle donne di abortire, le chiameranno le «343 puttane» – o i film, le storie, i personaggi, le figure femminili che racconta. È un qualcosa che fa parte dei gesti quotidiani e non quelli che si rimandano al femminile – «lavare i piatti o educare i figli che possono essere di tutti» – come dice in una intervista fra i materiali che compongono la magnifica mostra Viva Varda! curata dalla Cineteca di Bologna e accompagnata da un bel volume a cura di Laura Adler, al Modernissimo sino al prossimo gennaio. Il female glaze della regista, fotografa, artista francese è politico, intimo, collettivo, passa per le narrazioni di figure cinematografiche come le protagoniste di Cléo dalle 5 alle 7 (1962) o Una canta l’altra no (1977) – e per quelle delle Black Panthers,del movimento hippie, di Cuba.
È parlare di desiderio, sessualità, oppressione,di violenza, è dare voce alla malinconia delle perdite, all’allegria dell’insolenza, a una libertà indocile alle etichette come lo era lei quando le chiedevano come si sentiva a essere «l’unica donna nella Nouvelle Vague»che in un piccolo corto gioca insieme a Godard e Anna Karina a trasformare il regista in Buster Keaton. (Les fiancés du Pont Macdonald). Quell’indipendenza Varda sentiva di averla sin da piccola, terza di cinque figli, piuttosto autonoma nella provincia di Sète, in Occitania, da dove andrà via insieme all’amica e compagna l’artista Valentine Schlegel, la segue negli anni, in ogni lavoro prima e dopo la Nouvelle vague – che precorre per scelte di stile in un film quale Le Pointe Courte (1954), decisa col suo caschetto, che nel tempo cambierà colore, i gatti, la sua Rue Daguerre che è , casa, archivio sentimentale, immaginario.







