Sognavano il grande calcio in Europa, hanno trovato la galera in Italia, dopo aver raggiunto le coste di Lampedusa con un barcone. Erano stati condannati a pene pesanti, dai 20 ai 30 anni. L’accusa: essere scafisti e responsabili della cosiddetta “strage di Ferragosto”. Era il 2015 quando 49 persone morirono asfissiate nella stiva di un barcone, poco prima di toccare terra.
Per questi giovani - quattro, che si sono sempre detti innocenti - è il momento della libertà. Sono stati scarcerati nei giorni scorsi, dai penitenziari siciliani dove erano reclusi, Abdel Rahman Abdel Monsef, Assayd Mohammed, Tarek al Amami e Mohannad Khashiba. Erano in carcere da 11 anni. Perché, nonostante una condanna, sono liberi? Perché per loro un tribunale siciliano ha ammesso la richiesta di revisione del processo. C’è un giudice che crede nella loro innocenza, grazie anche a testimoni che finora non avevano mai parlato e al fatto che un ragazzo condannato con loro, Alaa Faraj Abdelkarim, a dicembre 2025 ha ricevuto la grazia da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il processo dovrà ripartire insomma. E loro potrebbero essere scagionati per sempre.
La storia dei quattro calciatori libici è emblematica dei limiti del motto meloniano “cercare gli scafisti in tutto il globo terracqueo”. Perché molto spesso a essere arrestati non sono i trafficanti veri. Ma le accuse di essere scafisti ricadono su migranti estranei alle reti criminali, che hanno la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.









