Chi era a bordo dell’imbarcazione della speranza li aveva indicati come gli scafisti, con il compito di traghettarli dalla Libia fino alla nave umanitaria e sperare in un soccorso in acque internazionali. Era il 20 maggio dello scorso anno quando la polizia li arrestò subito dopo lo sbarco ad Ancona, dalla Ocean Viking. A distanza di un anno due egiziani di 23 e 24 anni sono finiti a processo davanti alla giudice Francesca De Palma e rischiano una condanna per trasporto illegale aggravato di stranieri nel territorio italiano, un reato punito dal testo unico sull’immigrazione con pene che arrivano fino a 16 anni.
Nell’udienza preliminare di ieri hanno scelto il rito abbreviato, che prevede uno sconto di pena in caso di condanna pari a un terzo, e la Procura ha chiesto 4 anni di condanna a testa. Le difese, rappresentate dagli avvocati Alessandro Genovali e Paolo Cognini, hanno chiesto l’assoluzione perché i due egiziani si sarebbero trovati in uno stato di necessità, con i fucili puntati, per mettersi alla guida dell’imbarcazione con i migranti a bordo. Loro stessi, hanno sostenuto i due legali, sarebbero stati migranti che hanno pagato profumatamente il viaggio, sborsando più di 10mila euro a testa. Per le difese "il fatto non costituisce reato" e sarebbe scriminato proprio dallo stato di necessità. Erano alla guida sì ma perché qualcuno doveva pilotare il mezzo per tutti.







