Abied, “uno dei più forti di tutta Bengasi”, battuto dalla squadra di Alaa. Si conoscono così, ancora adolescenti, prima della guerra in Libia che avrebbe messo fine al calcio e al futuro. Ed è da qui che nasce questa storia di promesse del calcio finite in carcere in Italia con l’accusa di essere gli scafisti della strage di Ferragosto del 2015, quando 49 persone morirono d’asfissia in una stiva. Allo sbarco, cinque ragazzi libici, tra cui i calciatori, due marocchini e un tunisino finiscono in carcere con pene fino a 30 anni. Un’accusa che potrebbe ora essere messa in discussione, dopo 11 anni di reclusione.

La Corte d’appello di Messina ha ritenuto ammissibile la revisione del processo e, grazie a questo, quelli che sono ormai noti come “i calciatori libici” sono adesso in libertà provvisoria con pena sospesa. “La prima udienza sarà ad ottobre”, sottolinea Alessandra Sciurba. È a lei (diventata poi sua moglie) che Alaa ha scritto le lettere dall’Ucciardone, il carcere nel cuore di Borgo Vecchio a Palermo, diventate poi il libro “Perché ero ragazzo” (Sellerio 2025). A dicembre Alaa aveva già ricevuto una grazia parziale dal Presidente Sergio Mattarella, che aveva estinto 11 anni e 4 mesi della pena.