Sgrana gli occhi. Deve rileggere due volte il lancio di agenzia per realizzare. E passare all’azione. Giorgia Meloni è a Foggia, alle celebrazioni per la Guardia di Finanza, quando la rivelazione choc del segretario della Nato Mark Rutte irrompe su Fox News. Cinquecento aerei americani partiti dall’Italia per bombardare l’Iran? È incredula la premier. Di più: adirata con l’olandese che di buon mattino, da Washington, rischia di mandare in fumo la difesa “legale” del governo italiano dalle accuse selvagge di Donald Trump. Squillano i telefoni, le dita ticchettano sulle tastiere.

L’ira di Palazzo Chigi Meloni sente Rutte. Anzi, si fa sentire in uno scambio definito “teso” da fonti a conoscenza della conversazione. Non solo «non è vero» che dalle basi americane nello Stivale sono decollati 500 jet da combattimento per sganciare bombe sulla Repubblica islamica. «È anche illogico e irrazionale - è il senso della sfuriata di Meloni al capo dell’Alleanza atlantica - se fosse vero non si spiegherebbero le accuse di Trump, che ci rimprovera di non aver supportato gli Stati Uniti durante la guerra in Iran». Rutte incassa. Prova a difendersi. Spiega, come faranno poco dopo fonti della Nato, che l’intenzione era semmai ricordare il supporto di tutti gli alleati europei al governo americano ma nel rispetto degli accordi legali. Ovvero nel caso italiano: nessun via libera a operazioni cinetiche, solo scali tecnici e logistici. Non basta. Meloni e i suoi collaboratori, smaltita la rabbia per il “fuorigioco” mediatico dell’ex premier olandese, sono tormentati da un sospetto. Sarà stata solo una boutade o è una rivelazione “su commissione”? A chi può far piacere, se non a Donald Trump, che si venga a sapere che l’Italia, dietro le quinte, ha concesso i suoi scali ai bombardieri americani diretti in Iran? E non è forse vero che proprio Rutte, ospite di Trump ieri pomeriggio, si è dimostrato in questo anno il leader europeo più accondiscendente verso il Tycoon, i suoi eccessi, il suo “gioco sporco” con gli alleati? Pensieri contorti si fanno strada ai piani alti del governo. Del resto, fanno notare persone vicine alla leader, Rutte ha citato solo il contributo di due Paesi - l’Italia e la Romania - ma solo nel primo caso è sceso nei dettagli. Fatto sta che un’intervista a Fox rischia per una mattinata di mandare in frantumi la narrazione che da una settimana il governo, modalità falange oplitica, diffonde e difende per giustificare lo scontro con Trump. Dall’Italia che resiste ai diktat del presidente americano, che «non implora», come tuonò Meloni in una stanzetta del Consiglio europeo, a un’Italia che spalanca le basi a mezzo migliaio di jet americani impegnati nella missione Epic Fury. È una capriola rischiosa, specie se i sondaggi - come Meloni sa bene - premiano la linea dura contro il capo della Casa Bianca, mal sopportato dagli elettori italiani. Urge invertire la rotta. Da Foggia, prima di volare a Berlino, la premier sente brevemente il ministro della Difesa Guido Crosetto. Concorda la linea, messa nero su bianco poco dopo in una batteria di dichiarazioni del ministero guidato dal veterano di Fratelli d’Italia: «Sono state concesse solo attività logistiche, mai operative, nel rispetto degli accordi in vigore». Viene chiesta, qualcuno dice «pretesa» da Rutte una correzione ufficiale, con tanto di mea culpa pubblico. Arriva un attimo prima che il capo della Nato si colleghi con la call dei leader E5 riuniti nella capitale tedesca. Breve storia di un incidente da cardiopalma. Ammesso che di incidente si tratti e non, come pensano ai piani altissimi di Palazzo Chigi, di uno «sgambetto» studiato per far inciampare la presidente del Consiglio. Rutte rettifica. Parlava solo dei voli “logistici” e dunque permessi dai trattati, mette a verbale il suo staff. Non solo Sigonella Ma anche qui i conti non tornano alla Difesa italiana: i registri ufficiali segnalano un numero «sensibilmente inferiore» di transiti di aerei americani nelle basi americane sullo Stivale: intorno ai duecento, meno della metà. Quando un aereo vuole atterrare deve chiedere alla Difesa italiana l’autorizzazione, spiegare le ragioni dell’atterraggio e riferire il piano di volo al prossimo decollo, spiegano dal governo. Chi era diretto a bombardare le città iraniane si è sentito rispondere un sonoro no. Come a Sigonella. E non solo a Sigonella, riferiscono fonti qualificate: «Abbiamo detto più di un no».