Quattro mesi fa l’Iran era un regime sanguinario e il suo programma nucleare veniva indicato come la minaccia più grave alla sicurezza del Medio Oriente. Dopo 1.200 bombe israeliane nelle prime ventiquattr’ore e decine di raid americani nelle settimane successive, l’Iran è ancora un regime sanguinario e il suo programma nucleare resta la principale minaccia strategica della regione. Solo due cose sono cambiate. Alla guida del regime non c’è più Ali Khamenei, morto nell’attacco del 28 febbraio insieme alla nuora, ma suo figlio Mojtaba, sopravvissuto, e diventato leader supremo. E poi lo Stretto di Hormuz è parzialmente chiuso, ma gli Stati Uniti non riescono a convincere Teheran a riaprirlo definitivamente.

La telenovela geopolitica dell’estate è tutta qui. I giornali faticano a tenere il passo lentissimo della diplomazia perché Donald Trump ci ha abituato a una battaglia dopo l’altra a casaccio, senza pause. La sua macchina è impantanata, ma il motore continua a girare a mille. Dal 7 marzo al 17 giugno il presidente degli Stati Uniti ha annunciato per diciotto volte di aver vinto e altrettante volte il regime iraniano lo ha smentito. L’unico punto di svolta è stato il memorandum di Versailles, venduto dalla Casa Bianca come l’inizio di una conferenza di pace, ma che in realtà è una tregua di sessanta giorni ottenuta a un prezzo carissimo per Washington.