Diciamolo, la premier ha un’idea fallimentare dell’interesse nazionale. E ambigua. Al cuore la nutre l’illusione che un paese come l’Italia possa fare da solo, forte magari dell’orgoglio nazionale. Va bene quindi instaurare una relazione speciale con gli Usa di Trump, finché dura o si può; sennò pazienza. E l’Europa non è il nostro orizzonte da costruire e rinsaldare, ma solo un’opzione, o al più un terreno di confronto in una logica nazional-muscolare come quella che (con ben altri mezzi) Trump impone.

Questa visione genera comportamenti opportunistici, spesso contraddittori. Ben lontani da quella impostazione coerente e lungimirante di cui invece abbiamo bisogno, specie in un mondo in subbuglio. Ma soprattutto, genera risultati fallimentari. La strategia su cui Meloni aveva impostato tutta la sua politica estera – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andata in frantumi. In nome di questa strategia, però, Meloni aveva minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier economici. Rafforzando quindi un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon. E alimentando in questo modo le divisioni dell’Europa.