Con “Magarìa”, Eman non racconta semplicemente il dolore: lo attraversa fino a cambiarne la forma. Otto tracce che si aprono come crepe vive nel presente. Un disco che non cerca conforto né riparo: resta addosso, lavora sottotraccia, e continua a muoversi anche dopo l’ascolto. Tutti i dettagli nell’intervista al cantautore calabrese.

CATANZARO – Con “Magarìa”, uscito l’11 giugno per Mazinga Dischi, Eman firma uno dei capitoli più intimi e radicali della sua traiettoria artistica. Otto brani che si dispiegano come stanze interiori: fenditure dell’esistenza contemporanea in cui fragilità, memoria, depressione, amore e radici ancestrali si intrecciano senza protezione. In un’epoca dominata dalla velocità e da una progressiva anestesia emotiva, il cantautore calabrese sceglie un gesto controtempo: fermarsi, sostare, scavare dentro fino al punto in cui lo sguardo si fa vertigine. Il risultato è un disco che non cerca scorciatoie consolatorie, ma invita ad abitare le proprie ombre. Non promette salvezza, non offre formule di resilienza preconfezionate, non addolcisce il dolore per renderlo più sopportabile. Le ferite non vengono ricucite, le lascia vibrare nella loro nuda verità: restano aperte, esposte, attraversate fino a diventare materia viva.