Che fosse un capolavoro, «Senza voce», lo ripetiamo dall’uscita, era il 1991, nell’album «Veleno, mare e ammore». Ma ora, ascoltata nell’arrangiamento di Valter Sivillotti, con la chiusura della chitarra di Martino De Cesare, è persino ancora più evidente. «Parlame d’ammore, ammore/ e lascia ‘nterra ‘a croce/ parla senza voce». Un ossimoro, l’idea di parlare senza voce, che ricorda il miracolo compiuto nel 1922 da Libero Bovio e Gaetano Lama in «Silenzio cantatore». Ma lì gli autori, presi da incantamento, si dice a Marina di Camerota, affidavano al mare ed al cielo in una assoluta sinestesia sentimentale le loro silenziose parole d’ammore, due emme please. Qui Gragna chiede all’amata di deporre le parole-ostacolo, di usare solo le parole-silenzio dell’ammore, sempre due emme, certo.
Classico moderno della canzone napoletana, perla della canzone d’autore italiana, «Senza voce» apre «Tiempo ‘e veleno», nuovo album dello chansonnier verace: «Per qualche anno l’Orchestra della Magna Grecia mi ha invitato a tenere con loro dei concerti in Puglia», racconta lui, «da lì è venuta l’idea di questo live in studio». Inciso in presa diretta, il disco consegna Enzo agli archi, e gli archi ad Enzo, ed è inevitabile che altre melodie tonde e vesuviane e flegree e luciane e, insomma, scritte nel tufo e nella sabbia, nel mare e nel sale, figlie di quella tradizione di cantaNapoli che l’Unesco ancora non sa/vuole riconoscere patrimonio immateriale universale, brillino, come fanno, ad esempio, «Vasame» o «Cu’mme». Qui l’equilibrio formale e sostanziale tra versi e musica è assoluto, con la carnalità della voce che svetta e l’accompagnamento orchestrale che sa accontentarsi di essere, appunto, accompagnamento, ma con sapienza, con affetto, con rispetto, con coinvolgimento. Da musicisti classici, gli orchestrali riconoscono in questo canzoniere contemporaneo una classicità che non ha bisogno di altri aggettivi: musica alta? ma allora ne esiste una bassa? musica colta? ma allora ne esiste una ignorante? Importante l’apporto di De Cesare, a tratti spunta anche la batteria di Marco Caligiuri, per permettere echi di modernità, si fa per dire, qui è tutto quasi atemporale. «Donna» la cantava Mia Martini, e oggi la piccola grande donna la dedicherebbe al generale Vannacci o a chi come lui si dice convinto che non esistano femminicidi: «Donna fatti saltare addosso/ in quella strada nessuno passa./ Donna fatti legare al palo/ e le tue mani ti fanno male./ Donna che non sente dolore/ quando il freddo gli arriva al cuore/ quello ormai non ha più tempo/ e se n’è andato soffiando il vento./ Donna come l’acqua di mare/ chi si bagna vuole anche il sole/ chi la vuole per una notte/ c’è chi invece la prende a botte./ Donna come un mazzo di fiori/ quando è sola ti fanno fuori./ Donna cosa succederà/ quando a casa non tornerà». «Rosè» è intrisa della stessa sensibilità ante litteram mostrata da Pino Daniele - suo compagno di classe alle elementari - in «Chillo è ‘nu buono guaglione». È l’omaggio a un femminiello che scendeva già per Toledo: «Tutta la notte sotto il lampione/ senza mai vendere il tuo cuore». Non tutti i brani scelti sono così rotondi da vestire egualmente bene il tocco degli archetti, qualche pezzo necessita di aggiornamenti maggiori, ma al centro di tutto c’è l’ugola profonda, misteriosa, del Gragna, la sua filosofia: «Io ho scelto la strada di una canzone come dire... biologica. Potevo fare anche io l’americano con il vocione che mi ritrovo, ma a chi sarebbe servito? La mia è musica a chilometro zero, cresciuta con le melodie di antichi compositori, svezzata dalle rime di antichi poeti. Non vivo certo nel passato, ma chi ha bisogno di tutto ‘o burdello, scusate il rumore, che ci circonda?». Disponibile in vinile, su cd e sulle piattaforme, «Tiempo ‘e veleno» ha almeno un difetto grave: non contiene nuove canzoni di Enzo. «Ne sto scrivendo e le registrerò presto», ci tranquillizza lui, «ma solo con voce e chitarra e poco più, al massimo uno strumento: un violoncello, un violino, una fisarmonica...». Dall’orchestra alla scabrosa nudità con cui nascono le canzoni. E noi come loro.







