True2026-06-24
Sánchez si incolla alla poltrona e urla alla persecuzione giudiziaria
Pedro Sánchez (Ansa)Continua a leggereRiduci
Altri guai per lo spagnolo: dopo il rinvio a giudizio della moglie e la maxi pena al suo ex ministro, un pentito del caso mascherine lo accusa di complicità. Ma il socialista non molla: «Fermo impegno contro la corruzione».Dopo la fragorosa caduta di Keir Starmer, a breve potrebbe saltare un altro simbolo della sinistra europea. Pedro Sánchez, infatti, arriva all’appuntamento con il Congresso dei deputati più isolato che mai, travolto da scandali giudiziari, accuse di corruzione e alleati che iniziano apertamente a prenderne le distanze. E se fino a pochi mesi fa il premier spagnolo poteva denunciare un presunto accanimento politico e mediatico, la condanna definitiva del suo ex braccio destro, José Luis Ábalos, rischia di rendere quella linea difensiva molto più difficile da sostenere. Di recente la Corte suprema ha inflitto ad Ábalos, ex ministro dei Trasporti ed ex numero tre del Partito socialista, una condanna a 24 anni e tre mesi di carcere nell’ambito del cosiddetto caso Koldo, lo scandalo sulle forniture di mascherine durante la pandemia. Con lui è stato condannato anche il suo storico collaboratore, Koldo García, mentre il faccendiere Víctor de Aldama ha ottenuto una pena più lieve grazie alla collaborazione con la giustizia. Si tratta della prima condanna definitiva che colpisce un esponente del cerchio ristretto di Sánchez e rappresenta un durissimo colpo politico per il premier. A complicare ulteriormente la situazione vi sono poi le vicende che riguardano la moglie del presidente del governo, Begoña Gómez, attesa oggi davanti al giudice Juan Carlos Peinado nell’ambito del procedimento per corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita. Sullo sfondo restano inoltre le inchieste che hanno coinvolto il fratello David Sánchez e le ombre che continuano ad addensarsi attorno ad alcune figure storiche del socialismo spagnolo, tra cui l’ex premier José Luis Zapatero. Di fronte a questo scenario, il governo ha scelto la linea dello scontro frontale. La portavoce dell’esecutivo, Elma Saiz, ha definito l’inchiesta contro Begoña Gómez «una persecuzione» e «una campagna di logoramento che sembra non avere fine». Secondo la Saiz, ci si troverebbe di fronte a «un procedimento che fin dall’inizio è stato assurdo e anomalo», tanto che l’esecutivo attende che «gli organi superiori mettano ordine» nella vicenda. Insomma, la linea difensiva è sempre la stessa: si tratta di puro accanimento contro il povero governo socialista. La stessa portavoce ha poi cercato di minimizzare le conseguenze politiche della sentenza contro Ábalos (che farà ricorso alla Corte suprema spagnola e alla Cedu), sostenendo che «le responsabilità politiche sono state assunte dal primo momento». Il governo, cioè, rivendica di aver preso le distanze dall’ex ministro già quando emersero le prime indagini e insiste sul proprio «fermo impegno» contro la corruzione, richiamando il piano di misure presentato nei mesi scorsi. Il problema per Sánchez, però, è che le critiche non arrivano più soltanto dal Partito popolare o da Vox. A colpire il premier sono ormai anche forze che appartengono allo stesso campo progressista. La leader di Podemos, Ione Belarra, ha infatti lanciato ieri un attacco durissimo a Sánchez: «In politica non basta la capacità di resistere, servono anche dignità ed etica», ha dichiarato, sostenendo che una condanna a 24 anni di carcere inflitta «al principale collaboratore di un presidente del governo non può essere normalizzata come se nulla fosse accaduto». Ancora più significativa la valutazione politica: secondo Belarra, la legislatura sarebbe «ormai finita» e la Spagna si troverebbe «di fatto già in campagna elettorale». Ma non è finita qui. La dirigente di Podemos si è spinta oltre, insinuando che i vertici socialisti sapessero da tempo dei problemi che riguardavano Ábalos. La sua destituzione improvvisa nel 2021, ha affermato Belarra, dimostrerebbe che all’interno del governo «si sapesse già cosa stava accadendo» e che vi fosse la volontà di occultarlo. Come se non bastasse, ieri è tornato a parlare anche Víctor de Aldama, il faccendiere al centro del caso mascherine. In un’intervista all’emittente Telecinco, l’imprenditore ha rilanciato le accuse contro il premier affermando che «Sánchez era informato di tutto». De Aldama ha precisato di non riferirsi necessariamente alla vicenda delle mascherine, ma ad altri possibili filoni ancora aperti. «È il numero uno», ha dichiarato, e per questo «era informato di tutto». L’imprenditore ha inoltre sostenuto che Ábalos avrebbe ora «l’opportunità di collaborare con la giustizia» anche su altre indagini riguardanti opere pubbliche, possibili finanziamenti irregolari al partito e il controverso salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra. Al momento non esistono accuse formali nei confronti di Sánchez, ma le parole del pentito pesano inevitabilmente come macigni. Per anni Pedro Sánchez è stato idolatrato come il modello vincente della sinistra europea: capace di sopravvivere a ogni crisi, di costruire maggioranze improbabili e di sconfiggere avversari che sembravano più forti di lui. Oggi, però, il quadro appare molto diverso. Dopo la caduta di Starmer, anche l’inossidabile Sánchez rischia di essere detronizzato. E sarebbe una vera mazzata: la sinistra, che per anni ha rivendicato una presunta superiorità morale rispetto agli avversari, ne uscirebbe inevitabilmente a brandelli.













