Madrid. Dopo che il 27 maggio la polizia aveva fatto irruzione nella sede del suo partito (il Psoe), Pedro Sánchez ha comodamente fissato al 24 giugno l’udienza presso il Congresso dei deputati in cui, garantiva, avrebbe dato spiegazioni. Pareva quasi di sentire il Don Giovanni di Tirso de Molina, quando a quelli che gli ricordano il castigo divino risponde: “Tan largo me lo fiáis”, un modo un po’ barocco per dire “campa cavallo”. La Guardia Civil perquisiva la sede del partito di governo allo stesso tempo in cui perquisiva la sua stessa sede nazionale per indagare sulla sospetta connivenza fra pezzi del Psoe e pezzi deviati dell’Arma, tutto ciò una settimana dopo la famosa perquisizione della polizia nell’ufficio dell’ex premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero, e Sánchez rinviava di un mese ogni spiegazione buttando la palla in tribuna.Ma il problema, ormai, è che più prende tempo più i casi su cui dare spiegazioni si accumulano vertiginosamente. Venerdì scorso sua moglie, Begoña Gómez, è stata rinviata a giudizio per corruzione e traffico di influenze. Hanno fatto discutere le misure cautelari imposte dal giudice Juan Carlos Peinado, che ha deciso di ritirarle il passaporto mettendo per iscritto, fra le motivazioni, un’esplicita diffidenza perfino nei confronti degli agenti della sua scorta, che potrebbero aiutarla a fuggire. Il giudice – che per certi tratti caratteriali ricorda quello di De Andrè e di Edgar Lee Maters: quando andò alla Moncloa per interrogare il ministro della Giustizia, Félix Bolaños, si fece portare una pedana, perché doveva essere più alto del ministro – ora dovrà affrontare un procedimento disciplinare esplicitamente richiesto dal governo. Ma ha 72 anni, è a pochi mesi dalla pensione e intanto si toglie il capriccio di fissare proprio oggi l’appuntamento con Begoña, costretta ad andare a Canossa a rendere il passaporto proprio mentre suo marito riferisce in Aula.Ma soprattutto, lunedì scorso, è arrivata la sentenza di condanna per José Luis Ábalos, che di Sánchez non è stato solo un ministro, ma un “superministro” (così lo chiamano i media spagnoli), il segretario amministrativo del Psoe e il socialista più potente di Spagna subito dopo il premier. Lui e il suo consulente, Koldo García (una sorta di Leporello tuttofare, il processo ha rivelato scambi di messaggi in cui Koldo si lamenta con la moglie perché gli tocca restare fuori ad aspettare il ministro mentre lui si chiude in camera con quattro escort) hanno preso rispettivamente 24 e 19 anni di carcere per tangenti su una spesa d’emergenza assai delicata: le mascherine durante il Covid.Naturalmente, mentre Sánchez tace o parla d’altro, molti altri si buttano per lui nella pugna mediatica. Colpisce invece l’assenza di voci di dissenso interne al partito. Ieri, a Toledo, Emiliano García-Page, uno dei pochi governatori di regione (Castiglia-La Mancia) rimasti al Psoe, ha parlato in pubblico insieme allo storico leader socialista Felipe González. Entrambi chiedono da tempo a Sánchez di anticipare le elezioni politiche per tentare di evitare un’ecatombe alle amministrative del maggio 2027. Sabato poi si riunirà il Comitato federale, massimo organo del Psoe tra un congresso e l’altro. Qualcuno alzerà la voce?Fin lì, Sánchez sembra voler rimanere asserragliato sulle sue posizioni anche senza più alcuna maggioranza parlamentare. In una monarchia come quella spagnola, in crisi come queste, il Capo di stato non tocca palla e il Psoe non è un partito britannico, dove la dialettica interna si trasforma più facilmente in tiro al bersaglio sul premier. José Luis Ábalos aveva assunto una grande importanza proprio per questo motivo: era il leader Psoe nella regione di Valencia, quella con il maggior numero di tesserati. Quando Sánchez perse la segreteria nel 2016 dovette ripartire dall’alleanza con gente come lui, che nel bene e nel male aveva una grande forza negli apparati territoriali, ora rimasti inascoltati.Anche l’opposizione, disunita, può fare poco. Domani si vota una mozione del Partito popolare che esorta il primo ministro a valutare “l’opportunità di sollevare una questione di fiducia”. Non avrà effetti pratici, perché nessuno può obbligare Sánchez a dimettersi, ma serve a dimostrare l’isolamento del capo. Intanto lui assicura che quest’anno presenterà l’attesa legge di Bilancio, mai approvata in tre anni per mancanza di una maggioranza solida e coerente, e che si dimetterà se verrà bocciata. Qualcuno dice che è un modo per mollare senza ammettere l’imbarazzo degli scandali, solo perché “non lo lasciano lavorare”. Forse è l’ennesimo “campa cavallo”.