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La condanna dell’ex ministro spagnolo José Luis Ábalos, lunedì in ultimo grado, è un colpo molto duro per il primo ministro Pedro Sánchez e si inserisce nei molti guai giudiziari del Partito Socialista (PSOE), quello di Sánchez e di cui Ábalos era stato il numero tre. Il cosiddetto “caso Ábalos” era iniziato nel 2024 e ha portato alla più grave crisi politica dei tre mandati di Sánchez: è stato uno dei più raccontati dai media spagnoli, e anche il primo ad arrivare a una condanna definitiva.

Il fatto che Ábalos sarebbe stato condannato era ampiamente previsto, ma la severità della pena, per corruzione e altri reati, è stata eccezionale: 24 anni e 3 mesi di carcere, più di quelle abituali per omicidio. I Socialisti la ritengono eccessiva e le contrappongono lo sconto di pena riconosciuto dalla Corte Suprema all’imprenditore Víctor de Aldama, quello che ha corrotto Ábalos e che è stato condannato insieme a lui: ha ricevuto 4 anni e 6 mesi con pena sospesa (cioè non andrà necessariamente in carcere). I Socialisti sostengono sia dipeso da una presunta vicinanza dell’imprenditore al Partito Popolare (PP), il principale dell’opposizione e di destra.

Così il caso, invece di chiudersi con la sentenza, si è politicizzato daccapo, accentuando una dinamica frequente in Spagna. I Socialisti si sono compattati, parlando di lawfare (dall’unione delle parole inglesi law, legge, e warfare, in questo caso inteso come guerra, per descrivere l’uso della giustizia a scopi politici). La tattica dei Popolari è chiedere a Sánchez di dimettersi per ragioni morali, ma senza fare loro il primo passo con una mozione di sfiducia. Questo fa sì che Sánchez possa restare, se non sarà lui a dimettersi o non dovessero mollarlo i suoi alleati.