“Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. È stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi“. Dopo anni di attesa, mancate collaborazioni ed ostruzionismo da parte dell’Egitto e normalizzazione politica e commerciale nell’asse tra Roma e il Cairo, nel segno della realpolitik e dei rapporti commerciali, sono le parole del pm Sergio Colaiocco ad aprire nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma, il giorno più atteso. Quello della requisitoria del pubblico ministero, nel processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore scomparso in Egitto dieci anni fa, il 25 gennaio 2016. E ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria.

Gli imputati

Un processo che vede imputati quattro 007 egiziani del regime di Al Sisi. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr). Dopo che anche le ultime eccezioni sollevate dalle Difese erano state respinte, il dibattimento è stato così dichiarato chiuso dalla presidente della Corte d’Assise, Paola Roja, dando il via alla requisitoria, con la sentenza attesa ora a settembre.