L’ultimo atto di una lotta contro l’oblio. Il buco nero dentro al quale le autorità egiziane volevano far sprofondare l’omicidio di Giulio Regeni. Quando ieri mattina nell’aula bunker di Rebibbia il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco ha preso la parola per pronunciare la sua requisitoria, lo ha detto subito: «Questo non è stato un processo come gli altri. È stato un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna».

OGGI parleranno le parti civili. L’avvocata Alessandra Ballerini si è detta emozionata: «Aspettiamo questo momento da dieci anni». La sentenza arriverà dopo l’estate, ma i banchi degli imputati rimarranno vuoti. A mancare sono gli uomini che prelevarono il ricercatore italiano al Cairo il 25 gennaio del 2016 e poi, per almeno sette giorni, lo hanno seviziato fino a ucciderlo: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, il maggiore Magdi Ibrahim Abedl Al Sharif. Per quest’ultimo è stato chiesto l’ergastolo, per gli altri una condanna a 17 anni e mezzo.

È stato difficilissimo arrivare sin qui. Gli inquirenti egiziani non hanno mai collaborato. Anzi, hanno fatto di tutto per ostacolare il lavoro degli inquirenti italiani. A riannodare i fili ci hanno dovuto pensare i carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco. Poi la Corte costituzionale è dovuta intervenire per dire che si poteva andare davanti al giudice anche senza la presenza degli imputati.