Gabriele Elia

Powered by

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Nella storia della Repubblica esistono pochissimi momenti in cui un leader italiano ha avuto il coraggio di guardare negli occhi gli Stati Uniti e rivendicare senza tentennamenti la sovranità nazionale. Il simbolo di quella stagione resta Sigonella. Era il 1985 e Bettino Craxi dimostrò che si poteva essere alleati fedeli dell’America senza essere subordinati. Fu un gesto politico enorme, destinato a entrare nella storia della Repubblica. Dopo di lui, l’Italia ha conosciuto un’altra stagione di grande prestigio internazionale: quella di Silvio Berlusconi. Ma la sua fu una leadership diversa. Non di contrapposizione. Non di scontro. Bensì di mediazione. Il vertice di Pratica di Mare rappresentò probabilmente il punto più alto della diplomazia italiana degli ultimi trent’anni: l’Italia come ponte tra mondi diversi, come luogo di dialogo, come protagonista capace di favorire accordi invece che alimentare divisioni. Poi, però, qualcosa si è rotto. La politica italiana si è progressivamente riempita di leader che parlavano molto e decidevano poco. Di uomini e donne capaci di commentare gli eventi ma non di influenzarli. Di figure spesso più preoccupate della propria sopravvivenza politica che del peso internazionale dell’Italia. Oggi, nel pieno di una delle fasi più complicate dal dopoguerra, emerge invece una realtà difficilmente contestabile: l’unica vera figura centrale della politica italiana è Giorgia Meloni. Piaccia o non piaccia. La premier si trova contemporaneamente a svolgere il ruolo di presidente del Consiglio, leader della maggioranza, guida del centrodestra e, molto spesso, persino quello di vero ministro degli Esteri. Perché la verità è che la politica estera italiana oggi porta quasi esclusivamente la sua firma.