Uno dei temi che ricorrono più frequentemente nel dibattito energetico riguarda la cosiddetta dipendenza dall’estero. È un argomento che emerge puntualmente ogni volta che si discute di decarbonizzazione, fonti rinnovabili o nucleare e che, proprio per questo, tende a trasformarsi rapidamente in uno scontro ideologico.

Da una parte c’è chi sostiene che abbandonare le fonti fossili significhi semplicemente sostituire una dipendenza con un’altra. Non dipenderemmo più dal gas russo o algerino, ma dalle terre rare cinesi, dal litio sudamericano o da altre materie prime critiche necessarie alla transizione energetica. Lo stesso ragionamento viene spesso applicato al nucleare, evidenziando non soltanto la necessità di approvvigionarsi di combustibile dall’estero, ma anche la dipendenza tecnologica e industriale che la costruzione e la gestione di una filiera nucleare inevitabilmente comportano.

L’argomento contiene una parte di verità. Nessuna tecnologia energetica è completamente autonoma. Nessuna è immune da dipendenze esterne. Il problema, però, è che la discussione viene spesso impostata in modo fuorviante.

L'Italia è uno dei Paesi europei con il più elevato grado di dipendenza energetica dall’estero. Nel 2023 ha soddisfatto con le importazioni circa il 76% del proprio fabbisogno, contro una media UE del 58,4% (dato sceso al 57% nel 2024, secondo il rapporto 2026). E la dipendenza è quasi totale sui singoli combustibili: 93,7% del petrolio e 95,6% del gas naturale.