Se c’è uno che è rimasto sé stesso nonostante i dieci anni di tempesta nel Regno Unito, quello è Ed Miliband. Ideologico e rigido come quando perse le elezioni contro David Cameron nel 2015, ha messo la sua notevole scaltrezza da politico di lungo corso al servizio di Andy Burnham, aiutandolo in modo decisivo nella manovra di avvicinamento a Downing Street a colpi di consigli e telefonate. Ma l’ipotesi che il generoso gesto venga ricompensato con la nomina più significativa nel prossimo governo – cancelliere dello Scacchiere – ha già suscitato la prima serie di critiche da parte di alleati e oppositori e di perplessità da parte di chi vuole che Burnham parta con il piede giusto.Sharon Graham di Unite, il più grande sindacato del paese, ha definito Miliband al Treasury “un cappio al collo” nelle politiche sull’occupazione, suggerendo come “se in un ruolo decisionale metti una persona che non è visceralmente a favore dei lavoratori, è problematico in un partito che dovrebbe essere un partito di lavoratori”. Il riferimento è alla posizione intransigente di Miliband verso le trivellazioni nel Mare del Nord, che sono già costate ai laburisti le elezioni suppletive di Aberdeen South, dove ha vinto un conservatore che, sul volantino elettorale, aveva detto di voler mandare un “messaggio a Ed Miliband laggiù a Londra”. E’ vero che i lavoratori del settore del petrolio sono una realtà locale e che c’è da gestire anche l’emorragia di voti verso i Verdi, ma anche nel Labour sono in molti a ritenere che Miliband non sia sufficientemente “pro imprese” e che connoterebbe in modo sbagliato un governo che ha bisogno, per poter operare con una certa tranquillità, di conquistarsi la fiducia dei mercati, che al momento hanno reagito bene alla transizione relativamente indolore in corso a Londra.“C’è assoluta consapevolezza che serva una stabilità immediata e un diffuso confort quando avverrà il passaggio”, fa sapere una fonte al Times, spiegando che in tanti garantiscono questo tipo di effetto, ma che di certo “Ed non è uno di loro”. Gli alleati dell’ex leader laburista sostengono invece che sia l’unico ad avere l’esperienza e le capacità di procedere spedito verso il cambiamento necessario per far sentire che archiviare l’esperienza Starmer non è stato solo un atto di irrequietezza politica ma un passo necessario per tornare a governare un paese che, al momento, si è dimostrato ingovernabile.Il futuro premier in pectore ha detto di voler porre fine a “40 anni di neoliberalismo” e di “mettere fine all’economia del trickle down”, in cui si spera che l’arricchimento di pochi porti benefici a tutti, e da questo punto di vista Miliband è la scelta perfetta. Altre ipotesi, come Yvette Cooper o Wes Streeting – quest’ultima è politicamente scaltra, visto che si è ritirato dalla corsa alla premiership per far strada a Burnham - appaiono più rassicuranti per tutti, anche perché uno degli errori cruciali del premier uscente è proprio quello di aver fatto una scelta sbagliata con Rachel Reeves, che ha impresso al governo un tono di pessimismo dal quale non si è più ripreso politicamente, sebbene con il suo rigore abbia ottenuto la fiducia dei mercati. La sua riconferma è esclusa, la necessità di voltare pagina assoluta e Burnham stesso sembrerebbe deciso a fare una scelta meno connotata. Miliband è attualmente segretario di stato per la sicurezza energetica e il Net Zero, ossia l’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050. Per Burnham quest’ultima è una opportunità di “reindustrializzazione”, ma sulle esplorazioni nel Mare del Nord ha detto di restare “possibilista”, mentre Streeting vuole proprio riconsiderare la faccenda.Tra Miliband e Burnham il rapporto è stretto, si conoscono dai tempi in cui entrambi erano nel gabinetto di Gordon Brown. Poi Burnham si è occupato di Salute nel governo ombra di Miliband dal 2010 al 2015 ed è lì che è riuscito a guadagnarsi quell’aura di affidabilità che lo ha portato fin qui. Miliband era visto anche come vicino a Starmer, che aveva dato molto credito alla sua agenda ecologica, e ieri su X ha detto che può essere “immensamente fiero” di quanto fatto e che “integrità e dignità sono le cifre dell’uomo”. Interventista in economia, a favore della spesa pubblica, ha garantito che rispetterà i vincoli di bilancio. Solo che è un simbolo, un simbolo un po’ retrò, e Burnham ha un problema, lo stesso che Starmer non è riuscito a risolvere: senza un progetto chiaro che faccia da traino, tutte le contraddizioni vengono al pettine, e Miliband, ingombrante, rischia di essere il primo nodo ad affiorare.