Il rintocco del campanello ha dato finalmente inizio, domenica, ai negoziati tra Stati uniti e Iran. Colloqui difficili, che potrebbero crollare in ogni momento. Gli ostacoli da superare non sono solo interessi inconciliabili, altissima pressione militare ed economica e parti che non si fidano minimamente tra loro, ma anche l’alto potenziale di chi rema contro l’accordo.

Agli israeliani e ai vari gruppi intransigenti iraniani va aggiunto lo stesso presidente americano, che non si sa se voglia entrare nel libro dei primati per aver sabotato il più importante negoziato in Medio Oriente degli ultimi cinquant’anni, oppure per averlo portato a termine.

Il vertice di Bürgenstock è stato un’altalena di tensioni e procedure tecniche. La delegazione iraniana, guidata dal ministro degli esteri Abbas Araghchi e dal presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf, si è inizialmente rifiutata di entrare nella sala in presenza dei media e di stringere la mano alla delegazione Usa, costringendo a una coreografia diplomatica complessa per avviare i lavori.

LA DELEGAZIONE degli Stati uniti, guidata dal vicepresidente JD Vance, ha dichiarato l’intenzione di «voltare pagina» e trasformare radicalmente il rapporto con Teheran, a condizione che l’Iran rinunci alle ambizioni nucleari di lungo periodo e cessi di essere un motore di instabilità regionale.