Il Tribunale assolve, ma il danno è fatto. Il vero problema riguarda chi decide cosa diventa una città. A Milano, gli immobiliaristi vendono, con il mattone, uno stile di vita prêt-à-porter sul modello di Dubai. Parigi mostra che un argine pubblico è ancora possibile.

Come in una corrida, alla fine il giudice dirà che le regole non sono state infrante ma per il toro è una magra consolazione. Così il caso urbanistico di Milano: il Tribunale assolve, ma non chiude la vicenda. La domanda è politica, non giudiziaria. La palla torna dove doveva stare fin dall’inizio – nel dibattito pubblico su come si governa una città. Il punto è che la legge ha reso possibile un certo modo di costruire Milano. Se una città viene governata come una macchina per produrre rendita, non si può chiedere a un giudice di correggere il tiro.

C’è però un secondo livello del problema, meno discusso, che riguarda ciò che oggi è diventata una «casa» in vendita. Per decenni l’impresa edile ha guadagnato enormemente trasformando campi agricoli in lotti edificabili e poi in palazzi. Oggi i grandi operatori hanno margini più ampi se vendono interi pezzi di città già completi, con appartamenti, negozi, parcheggi, spazi per il tempo libero e talvolta qualche servizio pubblico. Non è una rivoluzione urbanistica – sono ingredienti noti. Ma cambia la sostanza dell’offerta: non si compra più una casa, si compra un accesso confezionato alla città, uno stile di vita venduto con il mattone.