Ambrogio

Mario Alberto Marchi

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Otto assoluzioni, formula piena, «il fatto non costituisce reato». La giudice Paola Braggion ha chiuso lunedì, in un’aula della settima sezione penale del tribunale di Milano, il primo dei processi nati dalle inchieste sull’urbanistica: quello sulla Torre di via Stresa, l’edificio di oltre ottanta metri e ventiquattro piani che la Procura considerava il simbolo di un metodo. Per la pm Marina Petruzzella erano abuso edilizio e lottizzazione abusiva, con richieste di condanna fino a due anni e quattro mesi e perfino la confisca del grattacielo. Assolti i due costruttori Stefano e Carlo Rusconi, l’architetto Gianni Beretta e cinque funzionari comunali, tra cui Giovanni Oggioni e Franco Zinna: hanno agito in buona fede, dice il tribunale, dentro una prassi consolidata che solo la giurisprudenza più recente ha rimesso in discussione senza però smentirla. Il punto contestato era tecnico ma decisivo.

La Torre era stata autorizzata con una Scia qualificata come ristrutturazione, non con il piano attuativo che avrebbe imposto convenzioni e servizi: una nuova costruzione spacciata per recupero dell’esistente, secondo l’accusa; una qualificazione legittima, secondo la sentenza, perché manca l’elemento soggettivo del reato. Né dolo né colpa, dato che per anni nessuno aveva fissato con chiarezza dove finisse la ristrutturazione e dove cominciasse il nuovo. È la sintesi anticipata dal presidente del tribunale Fabio Roia, che ha rinviato di novanta giorni le motivazioni. Da qui il verdetto smette di essere cronaca giudiziaria. La domanda a cui ha risposto Braggion — quali regole valgano quando si costruisce a Milano — è la stessa che il Parlamento ha tenuto sul tavolo per due anni senza scioglierla. Il provvedimento poi ribattezzato Salva Milano nasceva proprio per tracciare quel confine: un’interpretazione autentica del concetto di ristrutturazione, lo sblocco dei cantieri fermi, un argine alla legge urbanistica del 1942 che ancora governa la materia. Passò alla Camera con 172 voti, si arenò al Senato. Il Pd, dopo il sì di Montecitorio, prese a tentennare e si sfilò; Ignazio La Russa lo ribattezzò «Salva Giunta Sala» e ne rivendicò l’affossamento; lo stesso Sala, travolto dall’inchiesta, ritirò il sostegno alla norma che pure avrebbe protetto la sua amministrazione.