Al direttore - La notizia dell’assoluzione dei funzionari del comune di Milano nel procedimento contabile sulle Park Tower non va usata, e non intendo affatto usarla, come una clava contro qualcuno. La magistratura deve fare il suo lavoro e la politica deve rispondere del proprio.Non ci piove sul fatto che gli amministratori devono sottoporsi a controlli severi. Ma proprio perché parliamo di istituzioni, una decisione come questa merita di essere letta per quello che dice, senza mezzi termini.Tre funzionari pubblici, per mesi esposti a un clima durissimo, vengono assolti da un’accusa che la narrazione mediatica e collettiva spacciava già per condanna morale e definitiva. Antica storia, quella del giustizialismo. Si ha sempre voglia di vedere decapitate le istituzioni, costantemente identificate con le malefatte del sistema.Lo dico con prudenza, esistono altri procedimenti, altre sedi, altre valutazioni. Però lo dico con decisione. In questi anni, sull’urbanistica milanese, si è costruito un racconto nel quale ogni atto amministrativo sembrava il capitolo di un romanzo criminale. Qualsiasi scelta diventava il sintomo di un sistema opaco. Un giustizialismo radicale e istantaneo, in linea con la velocità dei tempi.A me pare una strada pericolosa. Per Milano? Non solo. Per l’Italia, soprattutto.Non ho mai chiesto zone franche: chi sbaglia bisogna che paghi. Le persone chiamate ad amministrare la cosa pubblica devono essere consapevoli che ogni firma comporta responsabilità. Tuttavia una cosa è la responsabilità, altra cosa è la criminalizzazione. Accertare i fatti è giusto, mentre non lo è trasformare un sospetto in sentenza sociale. Milano ha vissuto una stagione di crescita, di investimenti e di rigenerazione. Ha sofferto certamente anche di problemi, contraddizioni ed errori. Non ho difficoltà a riconoscerlo. Non smetto di ripetere che l’abitare deve essere accessibile dal punto di vista economico e sociale. Tra sviluppo e inclusione deve trovarsi il giusto equilibrio. Una normativa urbanistica più chiara è inoltre un’esigenza inderogabile.Però tracimare dai fatti, i quali vanno valutati, per giungere a condanne previe è qualcosa di grave. Che mette a rischio la vita civile in un sistema democratico, in uno stato di diritto. Da sempre sono garantista per convinzione, poiché penso che un giustizialismo a priori mette a rischio la libertà di tutti. Minaccia la democrazia stessa.Il momento in cui l’inchiesta non si limita all’esame rigoroso dei fatti e delle prove, ma comincia a produrre aggettivi a effetto va respinto con decisione. La legittima azione giudiziaria non può diventare racconto politico. Diciamocelo, guardandoci attorno in questo tempo così difficile: una repubblica fondata sullo scalpo porta alla fine della repubblica stessa. Funziona sempre allo stesso modo. Prima si indica il colpevole, quindi si pretende la sua espulsione, infine si costruisce attorno a quella espulsione la prova della propria purezza. Meccanismo che rende la vita pubblica più fragile e impaurita, ma anche cinica. È precisamente il modo in cui una società che teme la ghigliottina non seleziona più i migliori, ma i più cauti, quelli che non firmano né decidono.Se ogni decisione può diventare una colpa, oppure se l’interlocuzione col mondo economico può trasformarsi in un indizio e una complessità amministrativa si trasforma in slogan vuoti – stiamo forse costruendo una democrazia migliore? Tutt’altro.Proprio in questi giorni le cronache nazionali ci restituiscono una verità semplice, ma tanto difficoltosa da farsi normale. Una democrazia liberale non può vivere di processi mediatici, di parole caricate oltre misura o di richieste di dimissioni usate come scorciatoia. Criticare un’amministrazione è legittimo, ma addirittura criminalizzarla prima che le sentenze vengano emesse è inaccettabile.Il garantismo non può essere una bandiera da sventolare solo quando riguarda se stessi o gli amici. Vale per tutti. Ed è un diritto fondamentale anche della magistratura, che va rispettata (e abbiamo visto che c’è chi tende a non farlo, minacciando cappi morali o gravi mutamenti di ruolo), chiedendole tutto il rigore possibile, congiunto con la sobrietà e la misura.Milano continuerà a invocare regole più chiare. Una città non può essere governata con norme pensate per un mondo che non esiste più. Questa è la precondizione per uno sviluppo, che deve promuoversi a giustizia giusta, a equità sociale, a democrazia ambientale.La decisione della Corte dei Conti non cancella l’amarezza di questi mesi. Aiuta però a rimettere in ordine le parole. In una stagione in cui le parole spesso diventano sentenze di condanna e di odio e di divisione sociale, rimetterle in ordine è già un modo per difendere la politica, la giustizia e la città.Beppe Salasindaco di Milano
Una democrazia liberale non può vivere di processi mediatici: il caso Milano. Ci scrive Beppe Sala
Le nuove assoluzioni sull’urbanistica ci ricordano cosa rischia un’Italia che punta sulla cultura dello scalpo. L'intervento del sindaco di Milano






