Fra pochi mesi il Regno Unito avrà il suo settimo primo ministro in undici anni: una novità senza precedenti nella storia recente del paese. L’annuncio delle dimissioni di Keir Starmer, in discussione da mesi e inevitabili da qualche settimana, dà un colpo durissimo al mito della stabilità politica britannica, costruita negli ultimi decenni su un bipolarismo quasi perfetto e su un sistema elettorale che ne era la logica espressione.
Starmer si è fatto da parte in seguito a una fronda interna al Partito laburista, evidente soprattutto nel gruppo parlamentare e tra i ministri, innescata dalla netta sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio, che a sua volta è stata il risultato delle difficoltà emerse nei quasi due anni trascorsi al governo. Dopo la schiacciante vittoria alle elezioni del 2024, il partito non ha fatto che collezionare scelte discutibili ed errori grossolani.
La svolta promessa dopo quindici anni di governi conservatori non c’è stata, le politiche economiche e sociali si sono dimostrate molto impopolari, sono scoppiati diversi scandali imbarazzanti legati alla gestione del caso Epstein e delle nomine di alcuni funzionari pubblici, e sulla questione palestinese la rottura tra la dirigenza e buona parte della base elettorale è stata piuttosto chiara. Il primo ministro, inoltre, non ha mai dato l’impressione di avere le capacità di leadership necessarie e un progetto per il paese.










