A dieci anni dallo sciagurato referendum per l’uscita dall’Unione europea, Londra fa i conti (amari) di una separazione storica. Un divorzio preterintenzionale. Perché non era quella la volontà del governo conservatore dell’epoca. La scelta di David Cameron mirava ad accontentare e placare gli istinti secessionisti interni al partito con l’obiettivo di ottenere ancora più vantaggi da Bruxelles. Il voto, al contrario, scatenò i peggiori demoni identitari e favorì, anziché contrastarla, l’ascesa del populismo di Farage che ora fagocita anche i consensi dei laburisti.La crisi della politica inglese è riassunta in sei primi ministri che, in queste ore, stanno diventando sette con l’addio di Keir Starmer e l’arrivo di Andy Burnham. Un’instabilità politica ormai cronica alimentata anche dal fantasma della Brexit. L’anniversario (il referendum si tenne il 23 giugno del 2016) è occasione di molti rimpianti e recriminazioni. All’epoca il risultato della consultazione, condizionato da molte false informazioni veicolate con spregiudicatezza dai social network (le prime battute della guerra ibrida che si svolge anche all’interno del mondo occidentale),apparve come una severa sconfitta dell’ideale europeo. Il fallimento, non solo economico, della Brexit ha spento ogni altra volontà di uscire dall’Unione. Anzi ne ha rilanciato, pur con tutti i difetti che giornalmente registriamo, la sua indispensabilità storica, specie in questa turbinosa congiuntura geopolitica. Se anche una grande potenza, come il Regno Unito, è costretta ad ammettere di aver avuto più danni che vantaggi dal divorzio europeo, è del tutto fuori luogo per Paesi più piccoli immaginare una exit. Le tante istanze di uscita si sono, via via, scontrate con la dura realtà dei numeri e del contesto internazionale. Il riavvicinamento tra Londra e Bruxelles è ora favorito dalle questioni della difesa europea. Nessuno, anche per colpa o merito di Trump, può illudersi di fare solo.