Ci sono i riformisti, certo, i moderati, i lib-dem, finanche gli azionisti in modalità radicale (nel senso di partito radicale). E poi ci sono i cattolici, che non si sono mai arresi all’idea di un novello partito che li rappresenti, li inquadri, ne sostenga le istanze. Il sogno di una nuova vecchia Dc esiste sempre, basterebbe chiederlo all’ex italo-forzuto Gianfranco Rotondi, oggi deputato di Fratelli d’Italia, presidente della Democrazia Cristiana con Rotondi, o a Lorenzo Cesa e Antonio De Poli, leader dell’Udc, cattolici adulti saldamente collocati nel destra-centro. Preciserebbero che la loro non è nostalgia, men che meno desiderio di essere spettatori o testimoni di una gloriosa e irripetibile stagione passata.
Il bipolarismo schiacciante tuttavia non permette grandi manovre centriste; ne sanno qualcosa i succitati riformisti, nello specifico quelli del Pd, in parte costretti a rimanere dove stanno perché fuori dai partiti organizzati non v’è salvezza. La bussola tattica del campolarghista in prova Matteo Renzi indica una scelta precisa: si sta di qua o di là, non ci sono spazi per terzopolismi vari o immaginari. Quelli vecchi d’altronde hanno già sperimentato il fallimento alle elezioni politiche del 2022, rischiando di rimanere fuori dal Parlamento.











