Servono altre tasse? Secondo diversi esponenti dell’opposizione sì, a partire da una nuova patrimoniale. Eppure, il nostro Paese è già tra quelli con la quota più elevata di entrate in rapporto al Pil: 48,1 per cento nel 2025. Siamo al quinto posto in Europa preceduto da Finlandia (54,1 per cento), Francia (52,1 per cento), Austria (51 per cento), Grecia (50 per cento) e Belgio (49 per cento). All’estremo opposto c’è l’Irlanda ferma al 22,7 per cento. Guardando i numeri, dunque, è difficile sostenere che vi sia davvero bisogno di nuove imposte. Continuare a proporle appare - ahimé - come un alibi per evitare di affrontare il vero nodo del nostro fisco: non il livello complessivo del prelievo, ma la sua composizione e il modo in cui pesa sulle diverse fonti di reddito. Da noi, il lavoro è tassato pesantemente: fino al 43 per cento, oltre alle addizionali. Un sistema che favorisce le rendite I redditi da capitale, invece, beneficiano di aliquote ridotte: 12,5 per cento sui titoli di Stato e 26 per cento su azioni, obbligazioni societarie o fondi comuni. In sostanza, il nostro sistema favorisce le rendite a scapito della produzione di ricchezza. Da anni la Commissione europea denuncia questa anomalia e raccomanda di riequilibrare il carico fiscale, ma nessun governo ha mai dato seguito a tali indicazioni: del resto, questa struttura raccoglie consenso trasversale, unendo esponenti di destra e di sinistra.