In principio era la borsa di Tolfa. Un (mitico) ricordo della gioventù non solo ma soprattutto romana degli anni Settanta-Ottanta che di questo accessorio fece un vessillo, un simbolo, un marchio generazionale. E perché ne parliamo qui in tema di gusto, con annessi e connessi? Perché con il cibo questa borsa ha molto a che fare, così come lo ha il borgo laziale che le ha dato il nome. O meglio il cognome visto che il vero nome è catana. Termine che nulla ha a che fare con la famosa spada giapponese che ha la kappa come iniziale ma piuttosto è legato alla sua vecchia funzione di portavivande per i butteri, i leggendari pastori a cavallo della Maremma laziale e toscana.

La catana dei butteri

Catana infatti è la tasca della sella che conteneva cibo e quant'altro. Una borsa contenitore, con quella sua inconfondibile forma stondata che può ricordare una mezza pagnotta, nata per portarsi dietro il necessario per mangiare. L'originale proviene proprio da qui, dalle sapienti mani degli artigiani dei monti della Tolfa che si son tramandati arte e mestiere fin dal 1500 in questa zona vulcanica a nord di Roma che custodisce le antiche miniere di allume e si raggiunge dalla Capitale in poco meno di un'ora. I butteri dicevamo. La loro era una cucina povera, di sussistenza e nutriente per affrontare lunghe giornate di lavoro all'aperto. Si portavano dietro del pane, spesso raffermo, pezzi di pecorino stagionato, carne secca o insaccati come salsicce di maiale o cinghiale, pesce essiccato o baccalà e cicoria selvatica.