Sembra superfluo dirlo, ma la pasta è la nostra carta d’identità gastronomica nazionale. Non perché siamo gli unici al mondo a produrla e consumarla, ma gli unici a farla così, grazie a materie prime e tecniche. Fra tanti prodotti che si tende a scegliere soltanto se sono freschi, come frutta, verdura, formaggi, pane, dolci, la pasta è l’unico acquisto costante in cui ci fidiamo a occhi chiusi del “confezionato”, sappiamo che i pacchetti sugli scaffali contengono un alimento di grande di qualità.
A TuttoFood sono elencati oltre ottanta stand il cui nome inizia con la parola “Pastificio”. Senza contare quelli che privilegiano altre denominazioni, ma sempre pasta fanno. Piccoli e grandi, industriali e semiartigianali, specializzati in pasta liscia o ripiena. Per mettere un po’ insieme l’Italia della pasta c’è lo stand di Unione Italiana Food, che comprende anche questa tra le varie categorie merceologiche e si presenta a nome di big assoluti, i marchi che nessuno può ignorare e che contribuiscono a farci amare nel mondo.
Perché è impressionante sapere che l’Italia, leader mondiale della produzione, ne esporta il 60%. Ogni dieci sacchetti di penne, spaghetti, fusilli, sei vanno sulle tavole di cittadini di altri Paesi. Bello, perché è un tipo di diplomazia in cui siamo maestri, e che sicuramente ci premia. Dopo di noi, che mettiamo sul mercato 4,2 milioni di tonnellate ogni anno, vengono gli Stati Uniti e la Turchia, con circa due milioni a testa. In Italia esistono poli della pasta arcinoti e di grande valore, come la Campania, in particolare Gragnano, e la Puglia, ma non c’è regione in cui non si fa pasta. E la richiesta, interna ed esterna, è tale, e in tale aumento, che da tempo dobbiamo importare grano duro, perché il nostro non basta.







