di
Francesco Verni
Nei giorni della Biennale la mostra dedicata all'autore. La sua ricerca visiva intreccia moda, anatomia, teatro, design
«Credo fermamente che il manga sia qualcosa in continua evoluzione. Utilizzando il fumetto giapponese come mezzo espressivo si creano videogiochi, si passa al digitale e si aprono nuove strade. Anche le mostre nei musei, con la possibilità di osservare a occhio nudo le opere esposte, hanno un fascino nuovo rispetto ai libri stampati». Hirohiko Araki, mangaka autore di Le bizzarre avventure di JoJo, serie da oltre 120 milioni di copie, ha costruito un immaginario ultra pop capace di dialogare con la storia dell’arte e la moda. Nell’ambito della Biennale Arte di Venezia, Palazzo Bembo gli dedica la mostra JoJo’s Bizarre Adventure, fino al 22 novembre, inserita nel progetto Personal Structures – Confluences.
Maestro Araki, Venezia nei suoi manga non è mai solo uno sfondo: sembra una città sospesa tra teatro, decadenza, mistero e spiritualità. Dove nasce questa sua visione?«La prima volta che sono venuto a Venezia era il 1987. Allora, tutto mi sembrava nuovo. C’era un fascino tale da farmi venire voglia di tornarci più e più volte. Venezia è una città universale, innovativa e intimamente legata alla vita delle persone. Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto infondere quelle sensazioni anche nei miei manga. La pasta al nero di seppia è davvero nera come la pece e, per un giapponese, è uno choc visivo. Una volta assaggiata però è davvero buona. Il fascino di questa città è che è proprio il risultato di una serie di invenzioni e di tradizioni che si sono accumulate nel tempo. È incredibile che Venezia, un centro urbano, sorga proprio sul mare. Sembra una fantasia futuristica, ma ancorata fortemente alla realtà. Il nero del nero di seppia e il sole mattutino sul canale… è una realtà bizzarra e stranamente fantastica».







