Il ragazzo in kimonoche oggi si aggirerà fra gli stand di TorinoComics – tra un Uomo Ragno, un Batman e una Lamù – non sarà uno dei tanti cosplayer della fiera. È un giapponese vero, Kenta Suzuki, il più importante divulgatore di cultura del Sol Levante nel nostro Paese, nome in codice @kenta.giappone. Stamattina alle 11 ha un incontro alla Certosa Reale di Collegno, sede della kermesse: La differenza nella relazione sentimentale e nella vita scolastica tra Italia e Giappone. Poi libera uscita fra le bancarelle. «Sono cresciuto con i manga e gli anime classici», sorride lui. «Ken il guerriero, Dragon Ball, I cavalieri dello zodiaco, Capitan Tsubasa, One Piece. Quei personaggi hanno accompagnato l’infanzia mia e di quasi tutti i giovani giapponesi. Il fumetto rappresenta una dimensione in cui potermi sentire libero, mettendo da parte le sofferenze della vita quotidiana». Ne ha avute tante?«Da piccolo sono stato un hikikomori, mi bullizzavano e per alcuni periodi mi sono autorecluso in casa». Il fenomeno si sta diffondendo a macchia d’olio anche da noi. Come se lo spiega?«Con il fatto che molti ragazzi non riescono più a trovare il loro posto nel mondo, quel senso della vita che noi chiamiamo ikigai. Troppe informazioni, troppi paragoni con vite perfette solo sui social. E allora si sparisce». Come ne è uscito?«Decisi di prendere la situazione di petto. Tornai a scuola e, pur timido e riservato, diedi vita a una rissa con chi mi perseguitava. Visto che noi maschi siamo animali semplici, bastò per guadagnarmi il loro rispetto». Cosa voleva fare da grande?«Il calciatore. Amavo alla follia Roberto Baggio. C’ero anch’io alle quattro e mezza di notte a piangere davanti al televisore quando il Codino tirò alle stelle quell’ultimo rigore, nella finale dei Mondiali 1994 a Pasadena». Cosa l’ha spinta a trasferirsi in Italia?«Il pallone. Era il 2000 e qui c’era il campionato più bello del mondo. Venni per seguire gli Europei in Belgio e Olanda, una volta qui decisi di restarci. Era anche un modo per lasciarmi alle spalle i fantasmi del passato». Poteva farlo, essendo minorenne?«Avevo come tutore legale il fratello di un’amica di mia madre, i soldi li gestiva lui. Finché un giorno scappò con il denaro. Mi ritrovai a Roma senza un soldo, senza conoscere una parola d’italiano, senza un posto in cui stare». Come ce l’ha fatta?«Grazie a un ragazzo italiano che mi ha molto aiutato. Sono riuscito a laurearmi, poi ho studiato nutrizione. Ancora oggi Luca è il mio migliore amico». Com’è arrivato il web?«Nel 2019. Ho iniziato con brevi video su TikTok, cose semplici tipo come si dice “buongiorno” in giapponese. Arrivò la pandemia e quelle clip iniziarono a spopolare. Da lì ho iniziato ad allargarmi». Tra tutte le piattaforme, oggi veleggia oltre il milione di follower. Ha provato a tracciare un loro identikit?«Il 95% sono italiani, appassionati di cultura nipponica. Cercano altro che non siano i soliti contenuti dei vari creator. La fascia d’età varia, i più giovani mi seguono su TikTok, i più grandi su Instagram e Facebook. Quando qualcuno mi ferma per strada mi fa ancora effetto». Una delle più grandi differenze tra Giappone e Italia?«Lo sciopero. Da voi esistono sindacati nazionali e ci si batte per i propri diritti contro il sistema. Da noi ci sono solo i sindacati aziendali, si sciopera contro il proprio datore di lavoro. E alla fine non si ottiene niente». Per Mondadori ha pubblicato I giapponesi sono fuori di testa. Cosa significa?«Che le due culture sono molto distanti e che alcune delle cose che facciamo noi voi non ve le riuscite a spiegare. Siamo diversi anche dagli altri popoli asiatici». Un esempio banale?«Siamo gli unici al ristorante a mettere gli hashi orizzontalmente, cinesi e coreani le mettono in verticale. Sembra una cosa di poco conto, ma nella cultura shintoista il cibo è natura e quelle bacchette sono importanti: sono il ponte tra i due mondi». Anche voi, dunque, siete appassionati di cultura gastronomica.«Esatto. In questo siamo molto simili a voi italiani». Ristoranti giapponesi all-you-can-eat: sì o no?«Diciamo che il costo basso va un po’ a discapito della qualità. Però mi capita di andarci con gli amici».
Kenta Suzuki: “Sono stato un hikikomori, guarito grazie ai fumetti”
Il più grande divulgatore di cultura giapponese è ospite di Torino Comics: «Ero davanti alla tv a piangere quando il mio idolo Baggio sbagliò il rigore»














